Nel Vangelo, Gesù è chiamato “il figlio del falegname” (Mt 13,55). Pio XII, nel 1955, istituì questa memoria liturgica, san Giuseppe lavoratore, nel contesto della festa dei lavoratori, universalmente celebrata il primo maggio; ma il culto di san Giuseppe è documentato fin dal secolo VIII e si sviluppa con la pietà medievale verso la vergine Madre e verso Gesù Bambino. Per quale ragione la solennità dello sposo di Maria e padre putativo di Gesù cada il 19 marzo non si sa. Si può osservare, però, che a Roma in antico il 19 marzo era la festa di tutti gli “artifices”, una specie di festa operaia, antesignana dell’attuale.
“Uomo giusto e modello di ogni credente” è l’alto elogio che, seguendo la Scrittura, la liturgia fa di san Giuseppe. La giustizia è “fedeltà e purezza del cuore”, propria del “servo saggio e fedele”, al quale Dio si affida, consegnandogli “gli inizi della nostra redenzione”. Per la sua obbedienza, la sua prontezza, il suo coraggio silenzioso e operoso san Giuseppe è un esempio per tutta la Chiesa e per ogni cristiano.
L’affetto paterno verso Gesù, il Figlio di Dio, e un’esistenza laboriosa, che ha guadagnato il pane con il sudore della fronte, sono i motivi della nostra ammirazione e della nostra celebrazione di san Giuseppe lavoratore. La missione di san Giuseppe, “maestro di lavoro a Cristo Signore”, rimane esemplare nella Chiesa per i genitori e per i lavoratori: ci spinge all’operosità, alla responsabilità e alla fiducia nella presenza provvidenziale di Dio nella vita.
Così, oggi, celebriamo Giuseppe, come il termine di tutte le promesse, preceduto da molti giusti che hanno popolato la storia della salvezza. Da Abramo, divenuto giusto per la sua fede e padre di molti popoli, attraverso Davide, servo di Dio e padre della discendenza messianica, fino a Giovanni il battezzatore, si compie la connessione tra l’antica e la recente storia di redenzione, che domanda giustizia.
La sofferenza umana, la difficoltà a incontrare uomini giusti nella società moderna, l’egoismo in ciascuno di noi nonostante la fede cristiana ci interpellano. Come essere giusti in una situazione di ingiustizia palese? Come essere giusti con i figli? Come essere giusti nel mondo della professione in cui il potere, la corruzione, il denaro sono gli unici criteri di furbizia e di riuscita? Forse la giustizia non risiede nelle azioni giuste che un uomo può fare, ma risiede nel cuore buono che permette di vedere il positivo anche in un mare di cattiverie.
Giuseppe, senza mai aprire bocca, in punta di piedi, con la sua presenza discreta, ritirandosi al momento giusto e ricomparendo di nuovo al momento giusto è un padre degno di questa famiglia, così eccezionale da non essere una famiglia come tutte le altre. Non può certo essere modello delle nostre famiglie perché il figlio era eccezionale, la Madre ha generato per opera dello Spirito Santo, il loro destino era particolare: ma il padre sì, lui può essere modello di ogni padre. La festa di Giuseppe è la festa di ogni paternità umana, terrena, visibile: quieto e discreto come un padre rispettoso, al suo posto nei momenti cruciali, custode attento di tutti i segreti di famiglia.
Prende sul serio il suo ruolo e lo porta a compimento fino alla fine: essere custode della sua sposa e del figlio nato da lei, come se fosse suo. Padre, modello della paternità nel custodire una vita non sua, ma di Dio e nell’accompagnarla alle soglie della maturità.
Saremo anche noi gli uomini e le donne giusti, al momento giusto? Come Giuseppe, non lo sappiamo in anticipo: dobbiamo scoprirlo strada facendo. Forse, come lui, ci aspettavamo altro dalla vita, ma quello che è venuto è frutto dello Spirito Santo. Dobbiamo saperlo riconoscere con cuore giusto e saper adeguare il nostro passo al suo. Difficile, ma affascinante. Non ci vogliono molte parole. Soltanto tanta fede. Credere contro ogni apparenza: Dio porterà a termine attraverso di noi un progetto di amore e di salvezza per tutti quelli che custodiremo con la nostra premura.

