Salute e sicurezza sul lavoro: una questione di giustizia sociale e di dignità

La salute e la sicurezza sul lavoro non sono un tema tecnico né un capitolo marginale della contrattazione collettiva, ma una questione di giustizia sociale e di dignità. Ogni volta che un lavoratore perde la vita o subisce un grave infortunio, non si tratta di un numero oppure di una tragedia individuale, ma di uomini e donne che alcune ore prima hanno salutato i propri cari e mentre svolgevano la loro attività lavorativa hanno subito un drammatico accadimento; pertanto, si tratta anche di un fallimento collettivo della società e delle sue istituzioni. I dati ufficiali di Inail parlano chiaro: nel 2024 sono aumentate del 21% le malattie professionali, gli infortuni denunciati sono stati 593mila di cui il 20% in itinere, con un aumento rispetto al 2023 e si sono registrati oltre 1.202 morti sul lavoro, un numero che da alcuni anni fa fatica a scendere, nonostante la politica di prevenzione. Le vittime appartengono ai settori più esposti, come l’edilizia, l’agricoltura, i trasporti e la logistica. Ma sono anche giovani, lavoratori precari e stranieri: categorie fragili, spesso prive di una rete di tutela.

Di fronte a queste situazioni bisogna ribadire che non esiste produttività senza sicurezza, non esiste sviluppo senza rispetto della persona. La Dottrina Sociale della Chiesa lo afferma con chiarezza: “il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro”, viene sottolineato nella Laborem Exercens. Ogni attività economica, ogni organizzazione del lavoro e ogni politica pubblica deve partire dalla centralità della persona e dal valore intangibile della sua vita. La logica del profitto ad ogni costo, l’esternalizzazione selvaggia, il ricorso ai “contratti pirata” e a ritmi insostenibili sono anche loro tra le cause strutturali di questa emergenza. Non si può morire per una consegna veloce, per aver disattivato i sistemi di sicurezza a protezione del lavoratore, per una scala instabile, per un macchinario senza manutenzione. Tutto questo è inaccettabile.

Quindi, per poter contrastare lo sfruttamento, l’evasione e l’insicurezza nei luoghi di lavoro, la tutela della legalità e della dignità del lavoro è necessario garantire controlli efficaci e capillari attraverso investimenti strutturali in termini di risorse tecnologiche, di ulteriori organici e di maggior collaborazione ed interazione tra le banche dati degli istituti di vigilanza. Oltre a non abbassare la guardia attraverso le ispezioni degli organi competenti, che non devono essere solo interventi di natura repressiva ma forme di prevenzione che anticipano eventuali infortuni, bisogna proseguire ad investire sulla prevenzione, sulla formazione dei datori di lavoro e dei lavoratori, compresi gli stranieri e intensificare la campagna straordinaria anche in ambito scolastico, per trasferire le adeguate conoscenze di base sulla prevenzione ai futuri lavoratori, partendo dai percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO) e nelle esperienze degli stage per tutelare gli allievi e le allieve coinvolte.

Occorre inoltre garantire un presidio in ogni realtà lavorativa, a partire dalle microimprese, nella logistica, negli appalti e subappalti dove l’accadimento infortunistico è più frequente e dove, in questi ultimi, vengono impiegati ancora lavoratori in nero e investire sulle nuove tecnologie, che possono non soltanto ridurre la gravosità e la pesantezza del lavoro, ma garantire sempre di più chi lavora. Per poter operare in questo modo serve però una svolta culturale e politica, promuovere una cultura diffusa della sicurezza, condivisa da imprese, lavoratori, istituzioni (Governo e Regioni) e cittadini. Il mondo cattolico e quello sindacale devono proseguire a formare coscienze, educando le persone alla responsabilità e costruendo alleanze sociali. Guardando al Giubileo che stiamo vivendo che ci richiama alla speranza, il tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro deve tornare al centro dell’impegno pubblico. Non può essere ridotto a un obbligo burocratico e a una voce di bilancio, ma deve essere una forma concreta di carità sociale, come ci insegnano Papa Francesco e Papa Leone XIV. La vera economia è quella che custodisce la vita: ogni vita salvata è una vittoria della civiltà del lavoro e della fede nella dignità dell’uomo.

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