La Russia rompe con la Nato: non uno smottamento ma l’inizio di un movimento

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Primi autentici effetti del ritiro americano dall’Afghanistan: l’America si ritrae verso il Pacifico, immaginando di poter contenere la Cina senza doversi occupare d’altro; la Russia guarda verso l’Atlantico, e trova l’Europa.

La decisione, annunciata a sorpresa dal Cremlino, di chiudere d’imperio l’ufficio di rappresentanza della Nato a Mosca – e tra pochissimo verrà liquidato anche quello di Mosca presso il quartiergenerale della Nato a Bruxelles – indica l’inizio non di uno smottamento, ma senz’altro di un movimento. Si percepisce il momento di debolezza di Washington e, siccome la politica è come la natura e non tollera il vuoto, si tenta di occupare tutto lo spazio lasciato libero da chi si rifugia nell’angolo. È la vera unica costante della politica estera russa: se si creano gli spazi, si avanza. Lo fece anche Stalin quando, alla Conferenza di Monaco sui Sudeti, riuscì a farsi assegnare la Rutenia Subcarpatica. Non stupiamocene, è solo una constatazione analitica: fa parte del gioco delle potenze.

Stupiamoci piuttosto della poca consapevolezza di certuni europei: la disputa sulla preminenza del diritto polacco su quello europeo indica come la lezione dell’’89 non sia stata appresa fino in fondo. A parte il cattivo gusto di ricordare ad una presidente tedesca della Commissione europea il precedente dell’invasione del 1939 (questo sì che non fa parte del gioco), stride con la buona conoscenza delle norme fondamentali la superficiale citazione della Costituzione Italiana, che all’articolo 11 non a caso prevede la rinuncia da parte della Repubblica a parti di sovranità per la costruzione del bene comune internazionale.

Ma torniamo alla questione russa. Se l’Afghanistan è il Vietnam di Biden, Mosca tenta di cogliere l’occasione come fece nella seconda metà degli anni ’70. Allora inviò i cubani in Angola, i suoi osservatori in Etiopia e piazzò al centro dell’Europa una selva di missili balistici nucleari. Questa volta non è così, ma non vuol dire molto. Alla chetichella, infatti, Putin ha ripreso una politica espansionistica rafforzando i legami, già molto forti, con la Bielorussia, coinvolgendo l’Iran nel suo sistema di difesa internazionale – il Csto, l’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva –e persino accelerando la realizzazione di una centrale nucleare su territorio ungherese, d’accordo con Orban.

Poi, ancor prima dell’annuncio sull’ufficio di rappresentanza della Nato a Mosca, ha dato vita alle più grandi manovre militari degli ultimi decenni, ai confini sempre con la Bielorussia. E se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul senso profondo della scelta, si considerino due fattori. Il primo è che le manovre erano denominate in codice Zapad, che in russo vuol dire Occidente. Il secondo che un’altra grande manovra denominata Zapad si era tenuta nella stessa zona nel lontano 1981, proprio al momento del confronto con l’Occidente che aveva deciso di rispondere ai missili SS-20 con i suoi Pershing.
Bene, come sempre in politica internazionale si mettano insieme i puntini e si avrà il disegno.

In Asia Centrale gli americani si ritirano e, anche se non ci sono i segnali della grande depressione collettiva che li afflisse dopo il Vietnam, è chiaro che per un po’ saranno per lo meno in imbarazzo, sul proscenio internazionale. La Cina rallenta la sua corsa economica, grazie anche e non solo allo scoppio della bolla immobiliare di Evergrande, e questo potrebbe portarla a ridimensionare alcune sue pretese. La Russia a questo punto torna a respirare come da un paio d’anni non sembrava più poter fare, si copre le spalle in Medioriente con l’Iran (da sempre al centro degli interessi russi nella regione) e inizia a farsi sentire con l’Europa.

Di qui due interrogativi: il primo, logicamente, che intenzioni abbia Putin nei nostri confronti; il secondo cosa farà l’America. Prima risposta, più facile di quanto non si pensi: terrà sotto pressione un’Unione Europea che è sostanzialmente uscita molto bene dalla crisi sovranista apertasi con la Brexit, per impedirle lo sviluppo delle energie alternative e mantenerla in questo modo dipendente il più possibile dai suoi approvvigionamenti energetici. Seconda risposta, un po’ meno scontata: dovrà scegliere, una volta di più nella sua storia ormai più che bicentenaria, se lasciarci andare al nostro destino, magari pensando di potersi accontentare della Gran Bretagna, oppure riscoprire la nostra centralità e le nostre radici comuni. Non un ragionamento solamente politico, come si vede, ma anche culturale. Se si abbandona l’Asia Centrale resta pur sempre l’Europa Centrale.

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