Viviamo una vita in continua accelerazione, rincorrendo, di volta in volta, i fini che la società ci impone. In una continua corsa verso l’adempimento di doveri, il raggiungimento di obbiettivi e il soddisfacimento di desideri, non c’è tempo per l’indugiare, per il dubbio, per la contemplazione.
Il tempo estivo rappresenta un momento di tregua dal lavoro forsennato di ogni giorno. Un’opportunità di rallentare, di ridurre gli impegni e di dedicarci ad altro. Se spesso succede di tornare dalle vacanze con la sensazione di essere più stanchi di prima è perché, mentre il corpo cambia attività e luoghi, non cessano la tensione, la fretta e il fare che caratterizzano la nostra società della performance e della prestazione.
Per questo papa Leone XIV ha recentemente invitato i cristiani ad approfittare del tempo estivo per ritrovare il raccoglimento e la contemplazione, cercando recuperando la quiete dopo il «turbine di impegni e preoccupazioni», «facendo tacere rumori e distrazioni» e riscoprendo «una dimensione della vita cristiana che oggi abbiamo particolarmente bisogno di recuperare»,
Una delle sfide per l’uomo contemporaneo è quella di trovare il tempo per il pensiero e per la meditazione, attività considerate secondarie e per le quali non c’è ormai spazio nella nostra quotidianità. Per questo l’inzaione (ossia il non-agire) diventa una sfida, un ideale e un modello al quale possiamo tendere, non per rifugiarsi in uno stato di pigrizia ma per entrare in una dimensione oggi inesplorata e sconosciuta.
Il filosofo sud coreano Byung-Chul Han nel suo saggio intitolato Vita contemplativa. O dell’inazione (Nottetempo 2023), con il suo linguaggio incisivo e denso, esplora la terra sconosciuta della contemplazione, le sue proprietà e i suoi benefici. Contro l’attivismo e il rumore della società capitalista, Han si fa profeta dell’inazione e del silenzio. Dalla riscoperta della contemplazione – arriva ad affermare il filosofo – dipende non solo la nostra vita, ma la vita del nostro mondo.
L’uomo, capace di Dio e fatto per la contemplazione, ha perso oggi la capacità di vivere ciò che intimamente anela: l’esperienza dell’eterno. «Il futuro dell’umanità non dipende dal potere di chi agisce, bensì dal rilancio della capacità contemplativa, una capacità di non agire. Se non accoglie dentro di sé la vita contemplativa, la vita activa si snatura sotto il segno dell’iperattività determina nel burnout, non solo psichico ma dell’intero pianeta» (p. 114). È qui che, a detta di Han, risiede l’odierna crisi della religione, non nella perdita della fede ma, più profondamente, nell’aver smarrito la capacità di contemplazione.
L’inazione si presenta come uno shabbat, tempo di riposo, di grazia e di contemplazione, in cui non sono consentite azioni mirate a qualche fine specifico. Non tempo “perso”, non “vuoto”, ma ricco di significato e gravido di creatività e di vita. «La vera felicità si deve a ciò che è inutile e senza scopo – scrive Han –, al consapevolmente prolisso, all’improduttivo e al contorto, a ciò che divaga, al superfluo, alle belle forme e ai bei gesti che a nulla servono e non adempiono ad alcuna finalità». (p. 16).
Il lusso della lentezza, del non-fare o del fare qualcosa senza rispondere all’esigenza impellente e pressante di una finalità rendono l’uomo, non solo felice, ma libero. Libero da qualsiasi scopo o utilità che si imponga esigendo una tabella di marcia o una to-do-list da osservare in tempi brevi. Questo è il principio dell’inazione che si nutre anche del dubbio, dell’indugio e dell’attesa, mentre rifiuta la fretta e la decisione.
La nostra società considera fallito l’uomo che agisce senza scopo e “morto” il tempo che non viene sfruttato per portare a termine un compito o un lavoro. In questo senso la festa è il distintivo della vita contemplativa. In opposizione al lavoro, la festa è il momento dello stare assieme, del condividere, senza fretta, senza obbiettivi e senza scadenza. Se molti filosofi hanno constatato l’incapacità dell’uomo contemporaneo di fare festa è proprio perché manca la capacità di fermarsi, di smettere di pre-occuparsi e di “produrre”, per passare “dall’agire all’essere”. La contemplazione non produce nulla perché non è sottomessa al giogo e alle regole del guadagno e dell’efficacia.
Il nostro mondo ha sostituito la festa col lavoro e trasformato le feste in occasioni di consumo sfrenato. L’uomo di oggi ha perso la capacità di fare festa, ma anche la capacità di riposarsi e, di conseguenza, di contemplazione. Al contrario, «la festa è libera dalle necessità della mera vita. Il banchetto non sazia, non placa alcuna fame. Il cibo si converte in una modalità contemplativa» (p. 19).
Il tempo di vacanza, di riposo, rischia dunque di diventare un tempo di lavoro, di occupazione, del fare-cose. Complice la nostra dipendenza dalle tecnologie e da internet, e in particolare dello smartphone, che da strumento di comunicazione e di svago diventa sempre più uno strumento di lavoro che ci accompagna ogni giorno e dovunque siamo, persino in vacanza. L’“informatizzazione” e la “digitalizzazione” della società odierna non fanno che accelerare la corsa verso il fare allontanando l’uomo da sé e dagli altri, ma soprattutto dall’essere e dal senso. Immersi nelle informazioni e nei dati, nello scambio e acquisto di servizi l’uomo è incapace di frenare la corsa e restare in silenzio senza perseguire obbiettivi.
L’ascolto è una delle caratteristiche della contemplazione. Chi contempla non agisce e non parla: osserva in silenzio e ascolta. «Internet, in quanto bosco digitale, ci priva tuttavia della facoltà di ascoltare» (p. 24). Il suo costante richiamo occupa e impegna la nostra attenzione al punto che non esistono più tempi morti, tempi di silenzio, per osservare e ascoltare. Ciò non significa essere “passivi”: agire senza uno scopo non è un fallimento ma una via percorribile capace di aprire le frontiere verso “qualcosa di assolutamente diverso”, qualcosa che esula dal programmato e programmabile. Questa novità non può nascere dalla coazione ad agire – che produce sempre il ritorno dell’uguale – ma solo dagli «spazi liberi dell’inazione».
È dunque necessario prima di tutto prendere coscienza del pericolo di vivere, sempre e solo, spinti all’agire, ma è altresì necessario compiere dei piccoli passi verso un cambiamento, ritagliando momenti di inazione come esercizio pratico.
Il discorso può infatti restare lettera morta senza azioni propongano una vera interruzione delle nostre attività. Per questo può senza dubbio giovare in questo tempo porre determinate azioni che oggi potremmo definire, in certo senso, rivoluzionare come ad esempio fermarsi ad osservare un tramonto, un panorama, il cielo stellato; passeggiare senza una meta, passare qualche ora in silenzio, osservare con attenzione tutto ciò che ci circonda, ascoltare voci, suoni, confidenze di persone care; dilettarsi in lavori pratici o artistici senza perseguire altri fini; dedicarsi alla preghiera silenziosa per “entrare” in se stessi; infine, staccare la connessione internet ed abbandonare lo smartphone per qualche ora o giorno. Si tratta di azioni concrete – forse difficilmente praticabili in altri periodi dell’anno – che possono aiutare a esercitare la vita contemplativa e combattere la dittatura dell’efficienza e dell’azione.

