Riforma delle pensioni: cosa fare

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Riparte la discussione sulla riforma del sistema pensionistico con il sindacato confederale che rilancia sulla necessità di continuare il confronto col Governo per trovare le giuste soluzioni, sostenibili non solo economicamente ma anche dal punto di vista sociale, da inserire nella legge di bilancio per il 2018. Il fatto di agitare lo spauracchio dei costi economici del blocco degli automatismi legati all’aumento delle aspettative di vita – si parla di circa 1,2 miliardi – non tiene conto appunto dei costi sociali e dell’urgenza di farvi fronte attraverso una soluzione più equilibrata. Gli obiettivi più immediati restano, pertanto, per il sindacato, quelli del blocco degli automatismi e della flessibilità in uscita senza eccessive penalizzazioni.

Cgil Cisl e Uil ritengono prioritario, inoltre, affrontare la questione relativa alle prospettive previdenziali dei giovani e di coloro che hanno carriere lavorative più fragili e discontinue, come la maggior parte delle donne. Un aspetto quest’ultimo passato in secondo piano nell’azione dei diversi governi che si sono succeduti, in particolare nell’ultimo decennio caratterizzato dalla crisi. La proposta forte a riguardo è la cosiddetta
pensione contributiva di garanzia che “dovrà essere incardinata nel sistema contributivo ma con dei correttivi solidaristici, sostenuti dalla fiscalità generale, e che dovrà valorizzare anche il lavoro di cura e le specificità di genere”.

I dati Istat ed Inps ci confermano che le donne sono titolari di pensioni povere, un dato che richiama strettamente le condizioni di discriminazione che le stesse vivono durante la carriera lavorativa: lavori saltuari, precari, stagionali, part-time, con retribuzioni più basse di circa il 30% rispetto agli uomini, grazie anche ad una forte segregazione del ruolo femminile all’interno dei diversi contesti di lavoro.

E’ inutile ripetere che un fattore determinante è il lavoro di cura non distribuito equamente tra uomini e donne. Perciò compensare anche questo squilibrio è fondamentale. La proposta di riconoscere il lavoro di cura ai fini previdenziali raccoglie consensi unanimi ma ancora scarsi riscontri a livello di atti concreti. La fase due della riforma pensionistica dovrà perciò inserire questo tema nelle trattative, unitamente alla
contribuzione figurativa per la maternità, anche al di fuori del rapporto di lavoro, agli incentivi alla previdenza complementare e alla proroga della cosiddetta “opzione donna”, che rappresentano un atto dovuto non solo nei confronti dell’altra metà del cielo ma una risposta seria alla povertà delle famiglie sempre più in crescita.

Nel 2016 l’Istat stima 1 milione e 619 mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742 mila individui. Rispetto al 2015 la situazione evidenzia una sostanziale stabilità della povertà assoluta, ma l’incidenza sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 se prendiamo come riferimento le famiglie con 3 o più figli minori, coinvolgendo nel 2016 137.771 famiglie e 814.402 individui; aumenta anche fra i minori, dal 10,9% del 2015 a 12,5% (1 milione e 292 mila). Rimbalza agli occhi anche il dato sulla posizione professionale che incide non poco sulla diffusione della povertà assoluta.

Per le famiglie la cui persona di riferimento è un operaio, l’incidenza della povertà assoluta è doppia (12,6%) rispetto a quella delle famiglie nel complesso (6,3%). Il lavoro che definiamo “povero”, con basse retribuzioni, è un fenomeno che riguarda in prevalenza le donne: si pensi, ad esempio, a quello domestico, a domicilio o a quello delle lavoratrici agricole. Questo si riallaccia a quanto dicevamo in precedenza sulla segregazione lavorativa delle donne e al fenomeno della violenza che si alimenta purtroppo anche della debolezza economica delle stesse.

Come donne, auspichiamo che la strada del dialogo e del confronto con il governo prosegua a pieno ritmo, nella consapevolezza che le proposte sono sostenibili e necessarie ad un Paese che, come l’Europa, ha smarrito in questi ultimi anni la strada sociale in favore di quella finanziaria. Seguiremo con molta attenzione le diverse fasi della riforma previdenziale perché il riconoscimento, ad esempio, del lavoro di cura, non diventi sostitutivo dei provvedimenti per il rilancio dell’occupazione femminile che restano urgenti e necessari. Occorre, pertanto, procedere in entrambe le direzioni.

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