Rebus pensioni, se la pezza è peggiore del buco

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Intervenendo al Festival dell’Economia di Trento, ospite di Tito Boeri, Conte ha affermato che quota 100 volgerà alla sua naturale scadenza alla fine del prossimo anno senza alcun rinnovo. Una siffatta dichiarazione del presidente del Consiglio è sicuramente apprezzabile, perché in Italia può succedere di tutto. Nessuno, tuttavia, aveva mai messo in dubbio che quella misura avesse carattere sperimentale e derogatorio per la durata di un triennio. Anzi quota 100 era nata con il certificato di morte in tasca, tanto che la sua natura precaria era prevista persino nel “contratto di governo per il cambiamento’’ tra i partiti della maggioranza giallo-verde: “Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti’’.

Pertanto la protesta di Matteo Salvini entra a far parte delle critiche che il Salvini di lotta rivolge al Salvini di governo. Ma dovrebbe suscitare qualche stupore anche l’accoglienza che i media hanno riservato a questa dichiarazione come se si trattasse di una novità rivolta a rientrare in una logica di sostenibilità del sistema pensionistico (la spesa è balzata al 17% del Pil), rimuovendo i saccheggi effettuati dal precedente governo peraltro senza neppure raggiungere gli obiettivi previsti. Sarebbe opportuno, invece, prestare attenzione a ciò che stanno cucinando il ministro Nunzia Catalfo e le confederazioni sindacali, con proposte che – se accolte – ci farebbero rimpiangere “quota 100” perché riporterebbero indietro di 25 anni le regole del sistema pensionistico.

All’interno di questo governo può capitare di tutto; anche che il ministro Catalfo agisca su input di Maurizio Landini e all’insaputa del premier (non sarebbe la prima volta che Conte si sottrae alle grane dicendo di essere all’oscuro). Ma non è consentito presentarsi come un leader che non vuole insistere in un errore (quota 100), mentre se ne sta preparando uno ancora più grave (la possibilità di andare in pensione dopo 62 anni a scelta del lavoratore con almeno 20 anni di versamenti oppure con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, come rivendicano i sindacati).

Allo scopo di épater le bourgeois, Conte si è avventurato anche sul terreno impervio del reddito di cittadinanza (RdC). Il governo – ha affermato – rivedrà la disciplina del reddito di cittadinanza restituendogli quella funzione di politica attiva del lavoro, dapprima clamorosamente fallita nell’inutilità dei navigator, poi sospesa durante il lockdown, rivelando così l’essenza vera e meramente assistenzialistica del RdC e l’inadeguatezza degli strumenti e delle procedure per proporre almeno tre occasioni di lavoro, in 18 mesi, alle persone prese in carico. Importanti inchieste stanno mettendo in evidenza che il RdC non è stato in grado di cogliere le più importanti condizioni di povertà, ma – ciò che è più grave – ha incoraggiato tante persone a non cercare un lavoro, preferendo arrangiarsi nell’economia sommersa per integrare l’assegno del RdC oppure a rifiutare occupazioni retribuite modestamente.

Il Conte 2 sembrerebbe voler ripartire da dove è fallito il Conte 1: la funzione promozionale dei Centri per l’impiego. Il fatto è che nulla è mutato in meglio, nonostante che al rafforzamento di queste strutture fossero stati destinati 2 miliardi dello stanziamento complessivo per il RdC. Per di più ci troviamo in eredità un battaglione di navigator, alla cui utilizzazione hanno pensato in tanti e in servizi che non riguardavano l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Tanto lì non sapevano cosa fare. Come prima mossa, il presidente del Consiglio ha dato un preavviso di sei mesi per predisporre una rete informatica nazionale in grado incrociare la domanda e l’offerta di lavoro. Era questa la mission prioritaria del RdC.

Che in sei mesi – grazie all’impegno di Conte – si recuperi quanto non si è fatto in venti mesi è dubbio. Anche i pentastellati, di solito sospettosi ed ombrosi, (quando si va a rimestare nel loro orticello) hanno dovuto riconoscere che parecchie cose non sono andate bene e che vanno corrette. Infine è arrivato purtroppo anche il momento della verità per il decreto Dignità. E’ vero che, nella decretazione a getto continuo del primo semestre, sono state ridimensionate, per alcuni mesi, le regole capestro delle condizionalità per la proroga dei contratti a termine. Ma gli effetti negativi si sono già determinati.  Nel primo semestre del 2020 rispetto a quello dell’anno precedente vi sono stati 1,2 milioni di contratti a tempo determinato in meno. Sono soprattutto i giovani che hanno pagato il conto del blocco dei licenziamenti.

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