Quando la morte non fa audience

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L' ennesima tragedia dell’immigrazione non avviene in mare, ma dentro la stiva di un tir. Nessuno ne chiederà conto all’Europa, nessuno urlerà per un traffico di esseri umani che silenziosamente e senza alcun clamore mediatico avviene ogni giorno. Nessuno si chiederà perché queste persone hanno lasciato la loro terra per spostarsi verso parti più ricche dell’Europa o del mondo. Forse stiamo entrando nel perverso meccanismo secondo il quale la vita di una persona va “pesata” ed in base al “peso” ha un valore diverso. Ma non è così: la vita di una persona è un dono e ogni persona ha lo stesso valore, la medesima origine, gli stessi diritti e doveri. Solo una cosa rende diverse le persone: ognuno di noi ha un dono differente, un’originalità che lo rende unico e complementare ad ogni altro. Per questa ragione, la morte di una persona, in qualunque modo avvenga, è una tragedia che non può essere taciuta perché non fa audience. E non può essere dimenticata in fretta, perché ormai ci siamo abituati a queste tragedie e siamo diventati “cinici”.

Non riusciamo a concentrarci sul fatto che 39 persone sono morte soffocate dentro un tir, ci sembra più giusto speculare sulle responsabilità degli Stati, dei trafficanti, delle politiche economiche e, infine, sulla sfortuna e sul destino. Arriviamo così alla totale indifferenza, che, paradossalmente, non è il contrario di differenza e però è la cifra della civiltà moderna, quella in cui camminiamo a testa in giù (ci vergogniamo o stiamo chattando) o a testa in su (siamo altezzosi o stiamo sognando). Comunque la mettiamo, non guardiamo più negli occhi nessuno, ma ci arroghiamo il diritto di indicare l’altro come diverso e quindi inferiore. L’indifferenza coinvolge il concetto di libertà, poiché nella condizione di disinteresse viene a mancare la volontà che decide la scelta.

Così, anche quando conosceremo i nomi di queste 39 vittime (se mai li conosceremo), non saremo in grado di pronunciarli, per noi saranno e resteranno illustri sconosciuti, persone senza nome da non ricordare e di cui non parlare ai nostri figli, esistenze vittime di questo tempo senza pietà e senza pudore. Bene, allora vi tedio con nomi di fantasia, magari fra questi c’è anche il vostro, a testimonianza del fatto che su quel tir potevi esserci tu, potevo esserci io: Alberto, Aldo,  Alessandro, Alessio, Andrea, Antonio, Bruno, Carlo, Claudio, Corrado, Daniele, Diego, Edoardo, Emanuele, Enrico, Ernesto, Fabio, Filippo, Francesco, Giovanni, Giuliano, Giuseppe, Ivan, Jacopo, Leonardo, Lorenzo, Marco, Matteo, Niccolò, Paolo, Pietro, Roberto, Riccardo, Samuele, Sergio, Stefano, Tobia, Tommaso, Valerio.

Scelgo di fare questa provocazione, perché sono convinto del fatto che possiamo cambiare il corso degli eventi, possiamo evitare le tragedie attraverso le nostre opere che cambiano i comportamenti altrui. La “traccia” che siamo chiamati a lasciare è l’insieme dei momenti spesi per il Bene. È la stessa traccia lasciata per noi da chi ci ha preceduto, nella considerazione di quanto sia effimero il nostro tempo e di quanto valga la pena di viverlo per consegnarlo a chi verrà dopo di noi.

Mi torna sempre in mente il monito del Presidente Mattarella ci ha consegnato “l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino. Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese. Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore. La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.

Chissà verso quale meta agognata andavano quelle 39 persone che hanno perso la vita dentro quel maledetto tir. Chissà da cosa fuggivano e quale speranza avevano nel cuore. Avevano sentimenti e passioni molto simili alle mie. Avevano desideri e speranze come le mie. Per dirla con don Tonino Bello “quando comparirete davanti a Dio, chi vi farà le raccomandazioni non saranno né i senatori né i pezzi grossi, ma i poveri della stazione” e, aggiungerei, chi trova la morte migrando da ogni parte del mondo verso un futuro migliore. Per questo, trasformiamo il fastidio in abbraccio e il cinismo in dolore. Forse, con questi sentimenti potremo guardare ad ogni persona come un fratello che non insidia la mia tranquillità ed il mio benessere, ma che merita di mangiare a tavola insieme a me.

Altrimenti un giorno quel povero morto su un tir o su un barcone, o su un letto di ospedale, o sotto un portico, o in mezzo alle bombe, ci chiederà conto di tutto questo, verrà per dirci che la nostra insipienza ha riempito il suo cuore di tristezza, solitudine, esclusione. Che li abbiamo calpestati nella loro dignità, li abbiamo perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza. Ha gridato, ha urlato forte, ma le mie orecchie e il mio cuore non l’hanno sentito, anzi hanno avvertito solo il fastidio di quella presenza indecente.

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