Quando il pericolo prende il posto delle parole

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La Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che ricorre in questa data, è un’occasione per conoscere più a fondo questo tema e lavorare per prevenire, anche tra i giovani. Il suicidio in adolescenza raramente è un gesto improvviso e senza storia. Spesso si colloca all’interno di patologie psichiatriche maggiori che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne costituiscono il 90% dei casi. Accanto a questi, esiste il fenomeno dei tentativi di suicidio inconsapevoli e dei comportamenti parasuicidari, che sono stimati fino a 20 volte più frequenti. In questo gruppo, il rischio suicidario non coincide con l’idea esplicita di morire, l’intenzione di morte può essere assente, oscillante o non consapevole. Incidenti ripetuti, abuso di alcol o sostanze stupefacenti, guida spericolata o sfide estreme possono essere modi indiretti di attaccare la propria esistenza.

Il comportamento parasuicidario può essere inteso come un’azione attraverso cui l’adolescente mette nel corpo ciò che non riesce ancora a trasformare in pensiero. Il rischio, l’autolesione o la sfida al limite diventano così modi concreti di espellere un’intensa sofferenza interiore, controllare angosce intollerabili o sentirsi vivi attraverso il pericolo. Non vi è un progetto cosciente di morire, ma può esserci una pericolosa perdita di contatto con la realtà e una momentanea sospensione dell’istinto di autoconservazione. Nella prospettiva degli psicoanalisti Moses e Eglé Laufer, il corpo adolescente può diventare il luogo nel quale vengono agiti conflitti psichici non ancora elaborabili, soprattutto quando le trasformazioni puberali e il processo di integrazione del corpo maturo producono una crisi dello sviluppo.

Non ogni condotta rischiosa è un equivalente suicidario. Tuttavia la ricerca del limite, l’impulsività, il sensation seeking e le  difficoltà di prevedere le conseguenze possono intrecciarsi con la depressione ed essere espressione di una disregolazione emotiva, creando una zona di confine fra desiderio di sentirsi vivi e indifferenza verso la possibilità di morire. Una scarsa premeditazione, impulsività e l’uso di alcol si associano ai comportamenti e tentativi suicidari.

Sul piano mentale colpisce in alcuni adolescenti una particolare relazione con la morte, di cui possono conoscerne a livello astrato l’irreversibilità, ma non riuscire ancora a rappresentarsela coscientemente come la morte di se stessi. Il concetto può restare lontano e fantasticato come via di uscita dalla sofferenza psichica, non come il “non esistere più”. In situazioni di angoscia o depressione anche reattiva o esistenziale, il pericolo può diventare un modo per sentirsi forti o provare sensazioni, per questo challenge rischiose e l’appartenenza ad un gruppo deviante rendono secondaria la propria incolumità. In questo, i videogiochi violenti non aiutano, dal momento che i personaggi hanno molte vite, e il sovrautilizzo dei social allontana dal senso di realtà e dalla consapevolezza che azioni pericolose sono fatti con conseguenze gravi, a volte irreversibili.

Di ogni comportamento ripetutamente pericoloso è necessario comprenderne il significato, chiedersi quanto quell’adolescente riesca a immaginare il futuro, quanto valore attribuisca alla propria vita e se il pericolo sia diventato il linguaggio di una sofferenza che non riesce ancora a pensare. E’ proprio la difficoltà a immaginare un futuro si intreccia con perdita di speranza, vuoto, solitudine e suicidalità.

In un’ottica preventiva, è importante intercettare precocemente il disagio psichico, dialogare con i figli, informare nelle scuole. Queste azioni sono parte di un progetto più ampio di prevenzione multidimensionale che l’OMS promuove con l’iniziativa «Live Life» (Proteggere-Informare-Educare-Curare) con il coinvolgimento attivo dei giovani e delle loro famiglie, della scuola, della sanità e e delle istituzioni.

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