Quando comincia il dialogo, già si gusta il sapore della pace

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Siamo in un momento inquieto, tra gravi preoccupazioni e speranze per la soluzione di uno dei più drammatici conflitti del nostro tempo. Sarebbe un grande segno in un’età caratterizzata dalla forza, che ha riabilitato la guerra come strumento principe per perseguire i propri interessi e disegni. Alcune luci di speranza si sono accese (e ne siamo felici), luci in fondo a un tunnel. Tuttavia non è pessimismo registrare come la guerra occupi tanto spazio all’orizzonte. Siamo nell’età della forza, che ha umiliato le istituzioni nate per realizzare pace. Il 24 ottobre si è celebrato l’ottantesimo anniversario nelle Nazioni Unite, il cui Statuto inizia così: “Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…”. Parole sgorgate da popoli che avevano vissuto la guerra e i suoi dolori e la sentivano un flagello. Flagello era presso i romani un tremendo strumento di supplizio

L’età della forza sta rivoluzionando in modo negativo linguaggi e relazioni tra i popoli, avvilendo la cultura del dialogo e la diplomazia. Ha calpestato il diritto internazionale, trattato da legalismo burocratico mentre è frutto di civiltà. Ha riversato, nell’animo della gente, una carica di aggressività con effetti tutt’ora da capire. Ha negato, nei fatti, che i popoli abbiano un comune destino. L’ha fatto con un’ideologia costruita dal recupero di miti sepolti, nazionalismi, paure antiche e nuove.

L’età della forza si collega robustamente all’affermazione di un tecno-capitalismo globale. Con lucidità e coraggio il Presidente Mattarella, che saluto e ringrazio, ha affermato: “Non vogliamo arrenderci alla prospettiva di una società dominata da oligarchi o, meglio, da privilegiati, in base al censo, alla spregiudicatezza, all’indifferenza verso gli altri, che si profila rimuovendo i valori di uguaglianza, di solidarietà, di libertà”.

Se ci guardiamo indietro, ci chiediamo come siamo scivolati nell’età della forza e in una società dominata da pochi. La coraggiosa spinta non violenta, che ha ribaltato i regimi che rubavano la libertà, ha abbattuto il Muro, ha innescato quella che chiamiamo globalizzazione: un mondo connesso come mai. Ma si è realizzata una globalizzazione a metà, solo capitali, tecnologie, mercato. Globalizzazione dimezzata.

Papa Francesco, con franchezza, disse: “…non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male.” Questa definizione fulminante di guerra resta un’eredità di un grande papa.

Il mondo unificato non ha eliminato la guerra. Scrive uno studioso italiano, Aldo Schiavone: “un mondo unificato solo nei grandi centri di comando tecno-capitalistici -le mega-società private sovranazionali che controllano quantità sempre più massicce di risorse…  e per il resto (è) abbandonato a una completa anomia e a una totale frantumazione…. Destrutturato… senza alcun tipo di governance che possa intralciare il potere (di pochi)”.

Non si vedono alternative. La globalizzazione ha lasciato cadere tanto del pensiero umanistico: lo vediamo nel vuoto attuale di maestri nella vecchia Europa. Ha lasciato cadere la globalizzazione dello spirito, l’incontro tra le religioni, che è fonte di umanesimo e di umanizzazione, che mette al centro la donna e l’uomo. Perché al fondo di ogni religione c’è il valore della persona. Non solo nella Mishnà, ma anche nel Corano, si ritrova la fiducia che chi salva un uomo, salva il mondo intero. L’età della forza non è antireligiosa, come lo furono precedenti stagioni bellicose ma ha imparato a servirsi delle religioni per consacrare conflitti e interessi. Crescono nuove religioni della prosperità per benedire la corsa all’auto-affermazione: successo e denaro sono al cuore di esse. E purtroppo il mondo delle religioni è toccato dal processo di frantumazione, con la riduzione di ecumenismo e dialogo. Non si vedono alternative. Questo provoca sentimenti d’impotenza che generano indifferenza: estraniamento dei timidi, concentrazione su di sé. Non si crede più che ci sia tanta storia da scrivere, ma solo un presente da vivere o in cui sopravvivere.

Le religioni vengono da lontano ed hanno una lunga storia: hanno coltivato la fede in Dio, valori, come pace, rispetto dell’uomo, nella prova di stagioni terribili. E la nostra non è la più terribile, anche se non conosciamo il domani. Le religioni vengono da un lontano che è oltre il lontano, non rinunciano ad accompagnare l’umanità verso il futuro. Scrive Abraham Heschel: “Un solo ponte è stato gettato nell’abisso della disperazione è la preghiera. A costituire la preghiera è il grido di angoscia che diventa percezione della misericordia di Dio”. Le religioni si sono combattute; hanno talvolta ceduto alla violenza; riparate dietro muri, si sono disprezzate. Certo ci sono state grandi eccezioni. Ma religioni sorelle rendono i popoli più fratelli.

Dal Novecento ereditiamo una grande acquisizione: i conflitti religiosi e il disprezzo tra religioni sono ormai solo degli estremisti, il cui odio per la vita umana mette in luce come il loro non sia il Dio delle grandi tradizioni religiose, ma un idolo che giustifica il potere tramite il terrore. Nel Novecento i muri tra religioni si sono incrinati e sono crollati. Non è poco. Si è riacceso l’interesse degli umanisti per esse. In questi anni il dialogo ha messo in luce le convergenze, senza nascondere sostanziali differenze. Ma le religioni insegnano che il male non vince. E il volto più atroce del male -lo vediamo oggi- è la guerra, che sfigura l’uomo ed è madre di tutte le povertà.

Il 28 ottobre del 1965, sessanta anni fa, il Concilio Vaticano II, emanava un testo, Nostra Aetate, sulle religioni. Partiva da una constatazione: “Nel nostro tempo… il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli”. C’è la percezione d’una incipiente globalizzazione che tocca le religioni. Che fare? “Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, dice il testo- se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio”. E’ quanto Assisi rappresentò plasticamente nel 1986 nell’invocazione che svela “fratelli tutti”.

Così si ripudiano l’estraneità e l’odio tra religioni (“tutte le manifestazioni dell’antisemitismo … in ogni tempo e da chiunque”). Si aprì una stagione di dialogo, incontro, fraternità, non facili in mentalità in cui l’estraniazione era radicata. La radice del dialogo – dice la Nostra Aetate” è questa: “I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine”. Le religioni, nelle loro irriducibili differenze, ne sono consapevoli. Il dialogo, poco a poco, fa scoprire che i popoli sono una sola comunità.
Il dialogo è il terreno d’incontro delle religioni. Ma è anche intrinseco ad esse. Affermava Paolo VI: “La religione è di natura sua un rapporto tra Dio e l’uomo. La preghiera esprime a dialogo tale rapporto”. Il timido dialogo dei primi anni è scoppiato nel grande incontro convocato da Giovanni Paolo II, quasi quarant’anni fa, il 27 ottobre 1986 ad Assisi, nel cui spirito e solco la Comunità di Sant’Egidio si muove, raccogliendo le parole conclusive del papa: “La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale”.

Lo spirito di Assisi soffia ancora, nonostante i venti di guerra. Le religioni hanno una forza di dialogo, disarmata ma convincente, da mettere in campo, con tutti, per realizzare la transizione, così necessaria, dall’età della forza all’età del dialogo e del negoziato.  Il dialogo non è ancora la pace, ma il riconoscimento che l’altro fa parte del mio futuro. Il dialogo vuol dire “mai senza l’altro”.  Disintossica un mondo “preso dal gusto della potente droga della guerra, che rende dipendenti” -scrive Hedge, grande corrispondente di guerra. La droga obnubila e fa dimenticare quant’è necessaria la pace. La guerra è l’estremismo della polarizzazione, quella realtà che lacera la società e persino la democrazia.

Dall’età della forza e della guerra all’età del dialogo e del negoziato: su questa svolta dobbiamo far sentire il nostro peso. Con questa intenzione indirizzare le nostre preghiere. Dobbiamo realizzare un’irruzione di donne e uomini comuni nella storia, senza violenza, tramite la pratica del dialogo, con pensieri fraterni e visioni di pace. In una società frantumata, come molte sono, in cui domina la dimensione dell’io, in cui la comunicazione è ridotta a poco dai social, in cui si urla polarizzandosi, il dialogo deve ritornare centrale nella società e nelle relazioni tra i popoli.

La gabbia, in cui siamo è il pessimismo. Il pessimismo ci fa rinunciatari e ci spinge al pensiero che il mondo sia perduto dietro ai suoi demoni, che non c’è un grande disegno e conviene salvare solo se stessi. Un maestro, Paul Ricoeur diceva: “per radicale che sia il male, non è così profondo come la bontà. E la religione, le religioni, hanno un senso, cioè liberare il fondo di bontà degli uomini e andarlo a cercare dov’è nascosto”.

Questo è osare la pace: liberare il fondo di bontà, che è volontà di pace e di vivere insieme. Questa è la nostra forza che ci fa passare dall’età della guerra all’età del dialogo e del negoziato. Fare la pace non è la magia di un giorno, ma, quando comincia il dialogo, già si gusta il sapore della pace. Perché dialogare è scoprire l’altro come sé stesso.

Il romanziere tedesco, combattente nella prima guerra, Erich Maria Remarque, dà voce ai combattenti del primo conflitto mondiale, in Niente di nuovo sul fronte occidentale, libro bruciato dai nazisti. Parla un soldato diciannovenne che scopre l’umanità del nemico:
“Compagno, io non ti volevo uccidere… Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi come le nostre per noi, e che abbiamo lo stesso terrore, e la stessa morte e lo stesso patire? Perdonami compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello.” Noi vogliamo cominciare il dialogo prima che un altro compagno muoia.

Il discorso di Andrea Riccardi è stato pronunciato in occasione dell’Incontro internazionale “Osare la pace” e pubblicato sul sito della Comunità di Sant’Egidio

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