Produrre reddito, ecco la sfida dopo il Covid

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Dopo una quarantina di giorni dall’insediamento del Governo Draghi è stato, finalmente, emanato il primo decreto economico, il cosiddetto Decreto Sostegni.

Del DL si è già parlato più volte su queste pagine e il professore Giuliano Cazzola l’ha analizzato più approfonditamente dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, indicando anche la netta discontinuità nell’azione rispetto al predecessore con una redazione del provvedimento più snella e mirata per l’allocazione delle risorse finanziarie stanziate ma…

C’è un “ma” enorme in tutto quanto fatto, finora si è sempre pensato all’assistenza, tra “ristori” e “sostegni”, ma nulla per la ripresa. Certo, quest’ultima è una parola difficile anche solo da pronunciare in un periodo in cui si parla solo di chiusure per ritardare la diffusione del virus che sta flagellando il mondo da un anno a questa parte, il punto, però, è che con questo impianto non si va da nessuna parte e, anzi, già nel medio periodo si rischia di aggravare ulteriormente la situazione.

Già un’epidemia è un evento recessivo se, poi, a questo si aggiungesse una sequenza di chiusure forzate di attività e di limitazione negli spostamenti apparentemente senza logica e, ancor più, senza alcun modello previsionale chiaro, è evidente che, come le aspettative della gente e degli operatori peggiorino costantemente, anche tutto il settore economico entri in una spirale recessiva continua che non piò essere solo sovvenzionata perché, sembra una banalità da dire ma per alcuni evidentemente non lo è, prima di poter pensar di redistribuirlo il reddito va prodotto.

Qui arriviamo al centro del problema, produrre reddito.

Se la fase recessiva e le chiusure continuassero la macchina produttiva italiana, già azzoppata da decenni di mala gestione della Cosa Pubblica, potrebbe incepparsi definitivamente e allora non ci sarebbe più bisogno di obbligare alle chiusure perché tutto verrebbe chiuso per mancanza di risorse, compresa la sanità.

Per queste ragioni la prima vera necessità per rilanciare il paese è un piano di riaperture certo, non un “se forse” ma una sequenza temporale precisa per riaprire il riapribile fino al termine dell’emergenza.

Così si comincerebbe a dare un orizzonte a tutti, un traguardo da raggiungere possibile e prossimo, che permetterebbe di migliorare proprio le attese per il futuro e, magari, cominciare a riprogrammare investimenti e spese.

È evidente che seppur la riapertura resti un a condicio sine qua non per permettere il rilancio del Paese si parlerebbe, però, di una condizione necessaria ma assolutamente non sufficiente.

Al netto dell’opera di rifondazione del paese che necessiterebbe di almeno un decennio per permettergli di ritornare ad essere quell’eccellenza che fu fino agli anni 70 e, di strascico, fino almeno a oltre la metà degli anni 80 i punti su cui occorra agire alla svelta, sfruttando anche i fondi del programma Next Generation EU, sono quelli già indicati da Mario Draghi e illustrati anch’essi in altri articoli su queste pagine che sono giustizia civile, burocrazia e fisco.

Questa triade è la base su cui possa essere costruito tutto anche se, ovviamente, non si può pensare che queste possano essere tre riforme immediate ma è evidente che necessitino di una pianificazione e di un’azione mediata e progressiva in un tempo ben più lungo di quello che sia concesso per condurre l’Italia fuori dall’impasse in cui è stata spinta dall’azione congiunta dell’epidemia da Covid-19 e dai provvedimenti anche molto discutibili fin qui adottati per fronteggiare la situazione.

Per queste ragioni sarebbe auspicabile una netta discontinuità con quello che è stato il passato, una differenza radicale di vedute e di azioni nella reazione alla crisi.

Prendendo solo gli ultimi 20 anni il mondo ha vissuto diversi momenti drammatici, dall’attacco dell’11 settembre e tutti gli strascichi ne ha generato, alla crisi finanziaria che ha iniziato a montare nel 2007 per, poi, colpire duramente l’anno successivo a quella del debito sovrano europeo innescata da Portogallo e Grecia che ebbe un forte contraccolpo anche sull’Italia nel 2011, per non parlare dei vari allarmi pandemici dall’epidemia di SARS del 2002 fino all’infezione pandemica odierna.

Dalla crisi del 2008, a voler ben vedere, la Penisola non si è più ripresa, non solo per la capitalizzazione di borsa visito che a maggio 2007 il FTSE MIB valeva oltre 44’000 punti e oggi, unico tra tutti gli indici mondiali non è riuscito nemmeno a recuperare fermandosi a una quotazione intorno ai 24’000 punti.

Il perché è abbastanza evidente a chiunque abbia almeno preso un caffè al bar e non si parla di corruzione o di evasione, che sono solo le scuse prese da una certa politica per giustificare l’immobilismo, ma di fisco, infrastrutture non all’altezza e burocrazia asfissiante cosa che ha portato alla situazione attuale dove l’emergenza sanitaria è stata il vero cigno nero che ha mostrato tutta la vacuità della propaganda precedente sul nuovo corso del Paese.

La necessità, ora, è di fare presto e fare bene, almeno il più possibile, per permettere alla macchina produttiva del Paese di riavviare i motori e cominciare a correre di nuovo e, per questo, è impensabile subordinare gli interventi necessari a riforme strutturali che, per quanto necessarie, potrebbero richiedere tempi assai lunghi.

Stante questa premessa gli interventi iniziali, che potrebbero avere un effetto shock, dovrebbero essere rivolti verso alcuni punti focali che coinvolgono sia il settore produttivo che le famiglie e quindi energia, logistica e burocrazia.

Sull’energia occorre tagliarne il costo che è gravemente influenzato dalle componenti fiscali, quindi il dimezzamento delle accise sui carburanti e la riduzione degli oneri su luce e gas, tagliando ad esempio i fondi alle energie rinnovabili perché, va detto anche se non molto politicamente corretto, se una fonte energetica fosse conveniente non avrebbe bisogno di incentivi e se andasse incentivata significherebbe solo che non sia convenente. Il risparmio sarebbe subito visibile poiché una percentuale non irrisoria della bolletta energetica serve solo e soltanto per incentivare le energie rinnovabili.

Stesso discorso andrebbe fatto sulla questione della logistica, con i costi diretti che già verrebbero toccati dall’intervento sui costi energetici ma occorrerebbe anche ripensare al sistema di costi stradali, tra pedaggi e soste, nonché la fiscalità su magazzini e rimanenze.

Infine il nodo più spinoso, che quasi sembra intoccabile, quale quello burocratico.

Un suggerimento per un primo intervento sarebbe quello dell’abolizione dell’imposta di bollo su qualsiasi adempimento questa sia richiesta. Sembra una cosa da poco ma sarebbe già una rivoluzione nella gestione dei rapporti tra privato e pubblico con un costo piuttosto contenuto nell’ordine 2,2 miliardi di euro.

È evidente che queste idee siano solo abbozzate e siano anche poca cosa alla fine, infatti non si è accennato minimamente alla questione costo del lavoro e ammortizzatori sociali che sono e restano uno dei punti che necessiterebbero un’azione riformista piuttosto marcata nell’ottica del rilancio del Sistema Italia, ma potrebbero veramente rappresentare quella discontinuità con il passato che possa innescare uno shock positivo nel sistema economico e migliorare quelle aspettative che sono da sempre alla base di investimento e crescita, così che, magari, la tribolazione di questi ultimi mesi possa, invece, diventare la base perché l’Italia riprenda a crescere e creare lavoro e ricchezza per tutti.

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