Presidenziali in Francia: testa a testa tra Macron e Le Pen: chi la spunterà?

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Ovvio il quadro, scontato o quasi il risultato: sarà quasi sicuramente una replica del duello di cinque anni fa ed Emmanuel Macron se la dovrà vedere di nuovo con Marine Le Pen per poter restare all’Eliseo. Niente di nuovo sul fronte occidentale: un presidente di centro (per quello che l’espressione può voler dire) contro un candidato di destra molto destra, al limite dell’impresentabilità. È successo non solo cinque anni fa, ma è una tradizione che si ripete spesso in Francia, ad iniziare da quando Chirac si giocò la rielezione con un atro membro della dinastia Le Pen, il capostipite. Finora è andata bene al mainstream, né il padre né la figlia l’hanno spuntata.

Questa volta i sondaggi però danno il testa a testa ed è cosa da brividi; Marine Le Pen infatti è antieuropeista, ha un passato filoputiniano secondo solo a quello di Salvini, promette di applicare il principio “Prima i francesi” nel lavoro e nella scuola. Si badi: i francesi, mica gli europei. Italiani spagnoli portoghesi tedeschi e voi tutti dei gruppi di Visegrad e dei Frugali: è la Francia che quasi disse no al Trattato di Lisbona in nome della crociata “all’idraulico polacco”. Se ne traggano le conseguenti riflessioni.

Bene, allacciamo le cinture perché per l’appunto in caso di testa a testa – almeno al momento – la spunterebbe Macron, ma di un soffio. E di un soffio sono fatte le speranze degli sciocchi: guardiamo al referendum sulla Brexit e preoccupiamoci. L’Europa, uscita molto bene dalla prova dell’uscita britannica, bene da quella del covid e rafforzatasi di fronte alla tragedia ucraina, si troverebbe a dovere gestire il secondo successo sovranista in poche settimane, dopo la vittoria elettorale di Orban. Ma, con tutto il rispetto, un conto è l’Ungheria, un altro la Francia, e sommando a questo un governo tedesco ancora in fase di rodaggio si faccia la conta dei pericoli.

Ma gridare al lupo non basta. Di sicuro non basta a Macron, che agitando lo spettro della destra francese ha sì vinto cinque anni fa, ma ha anche messo troppa polvere sotto al tappeto, nel senso che ha spacciato quel 66 percento del secondo turno come se fosse tutta roba sua. Non era vero. Macron, al primo turno, aveva preso il 25 percento contro il 23 della Le Pen ed il 20 della sinistra di Melenchon. Insomma: tre candidati in un pugno di voti e il ballottaggio era solo servito (come sempre avviene in ogni sistema maggioritario) a nascondere dietro il nome di un vincitore i problemi irrisolti e le richieste dell’elettorato. Forte di un mandato debolissimo, Macron ha applicato nel nome del neocentrismo alla francese (tanto utile a neutralizzare neogollisti, repubblicani ma anche socialisti) una politica neoliberista di privatizzazioni che hanno ulteriormente indebolito il ceto medio. Buttandolo tra le braccia della destra.

La destra, poi, ha anche ricevuto il regalo inaspettato di una destra ancora più a destra, quella dello xenofobo Zemmour, trovandosi così, per un principio della meccanica applicato alla politica, sospinta verso il centro nel comune sentire dell’opinione pubblica. Marine Le Pen è esattamente quella di cinque anni fa, ma è il panorama che è cambiato. Talmente cambiato da far passare da liberale un’accesa e convinta paladina della democrazia illiberale, quella che ha come campione Orban e profeta – va detto – lo stesso Putin. Comunque vada, c’è di che riflettere per chi ha a cuore la stabilità dei regimi liberaldemocratici. Quelli che si basano sulla promozione del ceto medio, sulla autentica rappresentatività delle istituzioni politiche e, in ultima analisi, sui valori della persona umana.

Una battaglia comunque è stata già persa: quella che costringe adesso Macron a difendere non tanto l’Eliseo ma i delicati equilibri della Francia come se fossero la Bastiglia di questo scorcio di secolo. I sanculotti non arrivano solo da sinistra. O meglio: arrivano da sinistra come da destra. È la teoria degli opposti che alla fine si toccano.

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