DOMENICA 10 FEBBRAIO 2019, 00:02, IN TERRIS

Povertà: il reddito di cittadinanza non è la soluzione

LUCA LIPPI
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Un povero
Un povero
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l reddito di cittadinanza non può essere una soluzione finché il governo non prende in mano la totale guida del Paese. Nessuna demonizzazione del provvedimento, anzi, ma solamente una sottolineatura: il reddito di cittadinanza può essere esclusivamente una "misura ponte" verso una soluzione macro più equa e strutturata, necessaria a ridurre le diseguaglianze di natura sociale, economica, geografica, culturale e reddituale.

Quello che passa nella narrazione ideologica della misura, nei fatti nasconde una motivazione politica. Da una parte la ricerca di un colpo di teatro da parte di forze inesperte (ma non per questo inadeguate) che cercano di consolidare un ruolo politico, dall’altra la determinazione a infangare e demonizzare per assenza totale di argomentazioni.

I veri provvedimenti da adottare per combattere l’aumento della povertà sono quelli che prevedono investimenti e politiche sociali adeguate, capaci di garantire a tutti i diritti e non solo ad una piccola parte. 

L’Istat ha certificato che in Italia le persone in povertà assoluta hanno superato il numero di 5 milioni. Hanno smesso di curarsi 12 milioni di cittadini. Il Censis, invece, sottolinea che oltre il 30% della popolazione sia a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa. In questi dati c’è il fallimento della classe politica nella gestione della crisi. Si poteva fare di più? Basta guardare oltre confine dove hanno investito su politiche sociali e sostenuto forme di reddito minimo garantito per quanti fossero in difficoltà.

Oggi si può ancora fare qualcosa, e si sta facendo, ma il procedimento è assai più lungo a causa della rimozione delle macerie lasciate da un liberismo sociale (contraddizione aberrante della Scienza Economica) che ha dato priorità a non urtare la suscettibilità di Bruxelles. Basti guardare quanto speso dal governo Renzi per gli 80 euro (9,1 miliardi), per la decontribuzione fiscale sul job act (12 miliardi) e per il salvataggio delle banche (20 miliardi). Più di 40 miliardi usati attraverso la fiscalità generale (soldi dei cittadini italiani) che non sono andati a chi è in povertà, non hanno rilanciato la domanda aggregata, né i consumi delle famiglie.

Queste misure hanno fatto proliferare i capitali e i miliardari nel nostro Paese. Per la povertà sono stati stanziati la miseria di 1,8 miliardi di euro poi arrivati a 2. Hanno chiamato Rei, reddito di inclusione, una "non soluzione" lontanissima da quello che l’Europa definisce reddito minimo garantito. Ha raggiunto solo il 38% del totale delle persone in povertà assoluta concedendo una "miseria" lontanissima da quanto stabilisce l’Europa nella Carta di Nizza all’art.34, che stabilisce come nessun cittadino europeo debba scendere sotto la soglia del 60% del reddito medio procapite del Paese di origine. In Italia questa soglia corrisponde a circa 800 euro e non i 120 euro previsti dal Rei.

Il M5s non ha inventato niente, è tutto già previsto e sono del tutto fuori luogo anche gli strali delle opposizioni. Quello che "stona" è l’obbligo del lavoro a scadenza come condizione per il beneficiario. Obbligo di lavoro e scadenza del “diritto al reddito” non sono previste dalle risoluzioni europee,che anzi stabiliscono chiaramente come il reddito minimo garantito possa essere sospeso solo quando è mutata la condizione di disagio. Questo ha senso. Altrimenti sarebbe la solita misura assistenziale al pari del Rei.

Con questi presupposti, l’obiettivo sembrerebbe quello di fare abbassare i salari (una forma di reddito per le imprese in regime di crisi) e la proliferazione della precarietà lavorativa. Quest'ultima comporta l’impossibilità di fare qualunque progetto svilendo ulteriormente la dignità delle persone.

Ai 3 milioni di disoccupati si aggiungono lavoratori a tempo con retribuzioni inadeguate a garantire una vita dignitosa. Le prospettive per chi non è ricco di famiglia sono pessime. L’ascensore sociale è definitivamente fuori uso e se prima si poteva sperare di continuare il lavoro del padre, domani non sarà possibile neanche questo.

Secondo tutti gli istituti di indagine e ricerca siamo in presenza della popolazione giovanile più impoverita della storia della Repubblica. Il governo regoli l’automazione e la digitalizzazione dell’economia, ne orienti l’evoluzione stabilendo le regole del gioco, altrimenti questi processi aumentano la precarietà lavorativa e la riduzione dei redditi e i salari della maggior parte dei lavoratori. Il non controllo di questa rivoluzione è un gigantesco processo globale di precarizzazione, flessibilizzazione e individualizzazione del lavoro iniziato con la crisi (delittuosamente consolidato nel nostro paese dalle riforme come il Job Act, dalla legge sulle pensioni, dai tagli al sociale, dall’istituzionalizzazione della povertà) suona come un colpo alla nuca esploso a danno dei più deboli.

Il governo si ponga con determinazione a combattere le forme illegali pronte a sostituirsi allo Stato sfruttando la condizione di indigenza delle persone. Prenda in mano la guida del Paese con autorevolezza esercitando la funzione del "buon padre di famiglia".

Lavoro e reddito non sono mai in contrapposizione. La piena occupazione non è mai stata garantita nemmeno negli anni del boom economico, figuriamoci ora.

Il diritto all’esistenza deve essere garantito attraverso tre misure che la Ue chiede a tutti i paesi di introdurre: il reddito minimo garantito (non condizionato a forme obbligatorie di lavoro), il diritto all’abitare, l’offerta di servizi essenziali di qualità. Tre cose assenti in Italia e che determinano l’aumento senza fine delle disuguaglianze e la deriva di forme politiche escludenti e classiste.

Se anche la Ue non agevola questo processo ostinandosi a perpetrare politiche di austerità allora basterebbe attuare quanto stabilito dalla nostra Costituzione, restituendo la dignità a milioni di cittadini, sciogliendoci dal ricatto delle mafie in molti luoghi in cui sono cresciuti povertà e solitudine, rafforzando la coesione sociale e la partecipazione dei cittadini alla politica.

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