Una crisi che svela i nodi della politica

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I giudizi liquidatori sono quasi sempre sbagliati, ma qui pare che la montagna stia partorendo il topolino. Nel senso che ormai da settimane siamo impegnati a seguire i viluppi di una crisi conclamata ma mai celebrata, frutto di un sistema politico bloccato – maggioranza e opposizione, tutti incapaci di un colpo di reni – e non solo dal coronavirus.

Le ultime: Giuseppe Conte fa un passo indietro sull’idea di una task force per coordinare i fondi del Recovery Plan, Matteo Renzi si dà aria da vincitore. Entrambi hanno ragione ma entrambi hanno torto, perché se Conte rinuncia al metodo usato con la Commissione Colao di primavera questo è un bene. Troppo l’esecutivo, da che è scoppiata la pandemia, ha tracimato oltre le sue prerogative.

Tanto però sa bene che la “governance”, cioè una cabina di regia per la gestione del Fondo, è richiesta dall’Europa. Prima o poi andrà fatta e lo sa bene anche il leader di Italia Viva. Renzi, da parte sua, indubbiamente porta a casa uno scalpo, ma niente di più. Con gli scalpi non si vincono le guerre.  Ha ragione nel dire che il Presidente del Consiglio ha dovuto cedere alle sue insistenze, ma tutto si ferma lì. Dopo il Natale sarà un altro giorno, anche lui se ne rende conto.

Conviene allora riavvolgere il nastro e, per vederci un po’ più chiaro, considerare da dove si era partiti qualche settimana fa. Conte intendeva andare avanti con la politica dei decreti. Ora ha perso peso nei confronti dei partiti della sua maggioranza. Renzi voleva un rimpasto per andare alla Difesa e poi, chissà, magari alla Nato. L’idea è scomparsa dall’agenda.

I Cinque Stelle hanno subito l’azione di entrambi, anche quando sono intervenuti a sopire e troncare. La loro crisi interna continua, soprattutto adesso che Virginia Raggi è stata assolta e non è più possibile eliminarla dalla corsa per il Campidoglio sull’altare dell’alleanza con il Pd. I democratici, poi, hanno mostrato una volta di più di saper difendere la stabilità, ma elaborare una proposta politica e programmatica è tutto un altro paio di maniche. La novità, piuttosto, è un’altra.

La novità consiste nel fatto che il centrodestra sta subendo una nuova trasformazione. Sempre meno a trazione salviniana, ma questo già lo si intuiva, sta tornando – con difficoltà, ma non vuol dire – su posizioni moderate. Detto in modo più esplicito: non sfugga il lieve ma interessante aumento dei consensi di Forza Italia, che torna ad avvicinarsi al 10 percento. Silvio Berlusconi deve aver stappato lo champagne con qualche giorno di anticipo, dacché erano mesi che non succedeva più una cosa del genere. Fino ad oggi i voti persi dalla Lega nel processo di lenta erosione iniziato con il Papeete finivano dalle parti di Giorgia Meloni. Ora rientrano all’ovile da cui partirono cinque anni fa.

Attenzione: non perché Berlusconi abbia dato prova di essere tornato all’imprevedibile intraprendenza dei suoi tempi migliori – la sua stanchezza è evidente anche nelle semplici dichiarazioni vocali – ma perché il sovranismo è moneta sempre meno spendibile. Svanisce l’incantamento identitario e persino quello sui migranti, rinasce la domanda di difesa dei piccoli e medi imprenditori.

Insomma, l’hard core del messaggio del centrodestra di una volta. Un settore che alla Lega si è avvicinato sempre un non so che di irrisolta diffidenza. Difficile immaginare che l’esecutivo possa cadere, date le circostanze (ma siamo pronti ad essere smentiti in poco tempo: la politica è un cavallo di razza che si imbizzarrisce facilmente). Difficile che da questa formula di governo, al tempo stesso, possa nascere un progetto duraturo. Difficile anche che il centrodestra trovi assetti e programmi in grado di reggere per i prossimi vent’anni, che poi sono il futuro che si potrebbe andare a costruire con il Recovery Fund e, chissà, anche con il Mes. Cercansi nuovi soggetti politici, disperatamente.

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