MARTEDÌ 02 LUGLIO 2019, 00:02, IN TERRIS

Piazza Fontana, la strage madre del decennio insanguinato

MARCO FRITTELLA
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La Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione
La Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione
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ono passati cinquant’anni dal 1969, mezzo secolo tondo. E vale la pena di ricordare come era l’Italia allora, magari per trarne qualche lezione utile per il presente. Era un’Italia molto viva ma anche molto violenta. Era l’Italia le proteste studentesche, arrivate da Parigi e da Berkeley già nel ’68, dispiegava tutta la sua carica sovvertitrice mettendo insieme speranze e velleità, ansia genuina di rinnovamento dello studio e della scuola e ideologismi radicali; covando in se stesse l’idea di un mondo più giusto ma anche la malattia del estremismo, quella stessa che alla fine degenerò in terrorismo.

Ed era l’Italia del movimento operaio che nelle fabbriche alzava la testa in nome di rapporti di lavoro più giusti e più umani, meno autoritari e meno costrittivi per i lavoratori. Furono i metalmeccanici la punta di lancia della lotta sindacale e quando i loro sindacati strapparono un accordo con la Confindustria largamente innovatore si imposero come la categoria più avanzata, quasi un’aristocrazia operaia. Studenti e operai si incontrarono nelle piazze turbolente di quel 1969. Non sempre si capirono, anzi spesso si scontrarono. Gli estremismi studenteschi non collimavano con il pragmatismo sindacale, anche se i due mondi venendo a contatto si contaminarono l’uno con l’altro: si passarono le cose positive ma anche quelle molto negative.

In quell’Italia non solo ribollivano le piazze delle città, le fabbriche del Nord, le università borghesi, ma anche le carceri, anche le campagne del Sud ancora arretrato la cui unica speranza era quella di far trasferire i figli nel triangolo industriale del Settentrione. La Chiesa, nel pieno del rinnovamento post conciliare e della riflessione sul rapporto tra fede e giustizia, fede e politica, si accorgeva con l’introduzione del divorzio che l’Italia era ormai terra secolarizzata. La politica, di centro di destra e di sinistra, di governo e di opposizione capiva ben poco di quel che stava accadendo: si muoveva in difensiva, arroccandosi. Solo Aldo Moro seppe usare parole di reale comprensione per “i tempi nuovi” che si annunciavano, ma anche di allarme per i rischi connessi.

In questo contesto così travagliato, piombò sull’Italia la strategia della tensione. Tanti attentati nel corso dell’anno, parecchie bombe inesplose, decine di feriti…fino ad arrivare alla “madre di tutte le stragi”, quella del 12 dicembre a piazza Fontana a Milano: sette chili di tritolo esplosero nel salone centrale della Banca dell’Agricoltura e fecero 17 morti e 88 feriti. Qualcosa di molto profondo era cambiato in un solo istante: l’Italia che ribolliva riceveva uno schiaffo in faccia. Il gioco era più grande di quanto apparisse: l’Italia, al centro del Mediterraneo, frontiera Nato imprescindibile ma con il più forte partito comunista d’occidente e le piazze piene di minacciose bandiere rosse, era un Paese sotto controllo, e la politica mondiale dei blocchi decisa a Yalta non poteva consentire che sbandasse.

Le bombe furono uno strumento di questa strategia di cui i neo-fascisti veneti furono solo la manovalanza mentre i tanti, troppi complici nelle istituzioni ne costituivano il cervello. Non è un caso che la strage di piazza Fontana non abbia colpevoli: tutti gli accusati sono andati assolti. Comincerà in quel Natale insanguinato del 1969 il decennio cupo e cruento degli anni ’70 che sarebbe culminato con la strage di via Fani e l’assassinio di Aldo Moro. La democrazia italiana seppe reagire ad una simile sfida alla sua autonomia ma la tanta violenza dispiegata fece sentire le sue conseguenze per anni, e forse non si è mai veramente dissolta.

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