Perché la Padania non è la Catalogna

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:02

Gli osservatori più spregiudicati tendono ad accreditare la tesi secondo la quale quanto avvenuto in Catalogna avrebbe determinato un forte imbarazzo nella politica italiana. Non solo per le immagini legate allo scontro istituzionale e quelle dei tumulti di piazza, con la polizia impegnata su più fronti con molti feriti. Entrambi gli eventi creano un certo disagio in chiunque creda nei valori della democrazia.

Ma la politica italiana, al di là delle considerazioni di circostanza, ha una seria difficoltà nel giudicare serenamente quello che sta avvenendo in Spagna, in quanto figlio di quelle diversità territoriali che sono sempre state fonte di ricchezza ma anche di ritorsioni. L’Italia dei Comuni, delle lingue locali, delle Regioni che si sentono dei piccoli Stati non ha nulla da invidiare, in questo, alla penisola iberica.

Tuttavia, da noi, le spinte indipendentiste si fermano all’enunciazione dei principi. Per questo motivo ogni pronunciamento su questo tema rischia di essere letto alla luce delle piccole convenienze. E proprio per quest’ordine di fattori i due referendum consultivi che si terranno in Lombardia e in Veneto per una maggiore autonomia vengono vissuti come una partita locale, come lo sfizio di alcuni partiti in vista delle prossime scadenze elettorali. Vengono rubricati come due referendum “deboli”, perché il giorno dopo il voto i cittadini lombardi e veneti non troveranno nulla di cambiato nelle loro vite. Il referendum consultivo è, infatti, previsto dall’articolo 116 della nostra Costituzione e non ha alcuna efficacia giuridica. Allo stesso tempo, né in Lombardia né in Veneto si è avuta una spinta popolare pro consultazione paragonabile a quella catalana.

Le due Regioni, con la regia della Lega, i voti del centrodestra e il sostegno determinante del Movimento 5 Stelle, chiedono che lo Stato, in base all’articolo 116 della Costituzione, affidi loro una serie di materie di competenza in più fra quelle elencate nell’articolo 117. Nessuna indipendenza, sia chiaro, uscirà dall’urna. Lombardia e Veneto vogliono solo tenersi più soldi per sé. E anche le questioni identitarie contano poco o nulla rispetto al peso che hanno in Catalogna. E’ quasi scontato, considerato il vasto consenso politico, che i Sì prevalgano, il 22 ottobre. Persino tra gli elettori di centrosinistra, malgrado Pd e Mdp, ufficialmente sostengano la linea della inutilità dei referendum, ammiccando all’astensione. I sindaci delle grandi città si sono schierati a favore dell’autonomia, a partire da quello di Milano. Ecco perché l’importanza della sfida delle due Regioni sarà misurata dall’affluenza. Più o meno votanti decideranno se le consultazioni convocate dai governatori Roberto Maroni e Luca Zaia saranno state un flop o un successo storico. Dunque, Lombardia e Veneto non sono la Catalogna.

Ma una volta chiarito questo, è sempre bene non sottovalutare il voto del 22 ottobre. Perché il giorno dopo non cambierà nulla è vero. Ma quando i cittadini vengono interpellati (lo si è visto già con la Brexit) è difficile poi ignorarli. Il secondo punto da fissare è legato alla storia italiana: se mai, al Nord, c’è stata una fase indipendentista simile a quella che sta vivendo la Catalogna, si è ormai conclusa. La Lega “rivoluzionaria, secessionista” di Umberto Bossi è finita nel 2001, trasformandosi nella Lega “riformista al governo con Berlusconi” (per usare le parole dello stesso Maroni). Quest’ultima, poi, è stata a sua volta sostituita da una nuova fase: da una parte la leadership di Matteo Salvini che cerca voti a livello nazionale, dall’altra il Carroccio dei governatori e degli amministratori locali che vuole arrivare al federalismo interpellando il popolo del Nord.

Non c’è, dunque, più alcuna ambizione secessionista. Anche perché assieme alla Lega, in maniera meno radicata, c’è un altro protagonista della scena politica che cerca di far leva sulle appartenenze locali e di conquistare spazio in un Nord finora ostile: il Movimento 5 Stelle. Che non a caso ha usato i suoi voti per poter consentire i due referendum ma a patto di improntarli in senso autonomistico, togliendo ogni riferimento all’indipendentismo.

Intorno a Lega e M5S (che fanno campagne distinte con ragioni distinte) regna l’incertezza. Il centrodestra sostiene il Sì, ma non in modo univoco: Fratelli d’Italia per esempio considera i due referendum come una cambiale da pagare agli alleati del Nord, nulla più. Del centrosinistra diviso si è invece già detto. Proprio per quello lombardo-veneto sarà un test e non un voto. Ma guai a non tendere l’orecchio. Sarebbe un grave errore…

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.