LUNEDÌ 10 FEBBRAIO 2020, 00:02, IN TERRIS

Patto di stabilità: l’Ue sta per cambiare?

MATTEO GIANOLA
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ei giorni scorsi si è letto sui giornali che la nuova Commissione Europea, capitanata da Ursula von der Leyen e con Paolo Gentiloni a ricoprire il ruolo di commissario agli affari economici, dopo un attento esame del Patto di Stabilità e Crescita (Psc) ha aperto il dibattito per decidere la direzione che l’Europa debba intraprendere con anche una vera e propria riforma dell’accordo. Prima di passare all’analisi della proposta è bene, però, ricordare cosa sia questo istituto, fondamentale nell’architettura dell’Unione oggi esistente.

Il Patto di Stabilità e Crescita è un accordo, sottoscritto nel 1997, che obbliga i Paesi membri dell’unione a dei precisi parametri di bilancio per rafforzare il percorso di integrazione avviato fin dal Trattato di Maastricht. Questo va a rafforzare le disposizioni fiscali contenute nel Trattato UE e prevede che gli Stati membri che abbiano adottato la moneta unica debbano seguire dei precisi limiti nella fissazione delle politiche di bilancio:

rapporto deficit/PIL < 3%;

rapporto debito/PIL < 60% o comunque tendente a questo valore.

Nel corso degli anni si sono levate diverse critiche a questa impostazione, in effetti molto rigida, tanto che Romano Prodi, allora Presidente della Commissione, arrivò anche a definirlo “stupido, come tutte le decisioni rigide” mentre altri focalizzarono l’attenzione su come dei parametri di bilancio così fissati abbiano un effetto pro-ciclico che, seppur in tempo di espansione dell’economia possano permettere di ridurre l’indebitamento e la pressione di questo sulle politiche di investimento e di spesa degli stati, in tempi di recessione vadano ad aggravare la situazione rischiando, invece, di innescare una spirale di contrazione del PIL che potrebbe avere un effetto contrario a quello voluto non solo dal lato della crescita ma anche da quello della stabilità del bilancio pubblico.

Sulla base di questo la Commissione Europea appena insediata ha attuato uno studio approfondito sulle conseguenze attuali derivate dall’applicazione del PSC presentando, qualche giorno fa, un documento riepilogativo. Nel suddetto documento viene indicato che le regole Ue di bilancio hanno da un lato favorito la correzione degli squilibri e aumentato la difesa contro gli shock, ma in alcuni paesi, contemporaneamente, il livello del debito resta ancora elevato in alcuni Paesi, spesso, poi, le politiche di bilancio sono state pro-cicliche e che i conti pubblici non sono orientati alla crescita.

Partendo da questa premessa e dal fatto che le regole di bilancio si sono rivelate poco utili a raggiungere gli obiettivi di crescita nell’Eurozona, si è avviato un processo di revisione dell’impianto partendo da una consultazione pubblica che coinvolgerà Governi, parti sociali, economisti, università e società civile i quali potranno esprimere un’opinione rispondendo a delle domande ad hoc che la Commissione ha formulato apposta per lanciare il dibattito e raccogliere gli elementi necessari al lavoro di revisione che si vuole intraprendere per dare maggiore slancio alla crescita e agli investimenti, soprattutto in vista del “Green Deal” europeo che sarà un punto focale nell’agenda dell’Unione nei prossimi anni.

Come dichiarato da Gentiloni la stabilità resta un obiettivo ma è necessario, oggi, un serio sostegno alla crescita allo stimolo di nuovi investimenti per fronteggiare i cambiamenti climatici e che non possono essere preclusi ai Paesi con un rapporto debito/PIL elevato. Il pensiero va sicuramente all’Italia ma, contrariamente a quanto propone una certa vulgata, anche a quei paesi che, negli ultimi anni, hanno visto aumentare lo stock di debito in maniera più che proporzionale alla crescita dell’economia che così potranno approntare delle politiche economiche di stimolo alla crescita che, potenzialmente potrebbero far imboccare il sentiero di rientro del rapporto debito/PIL verso i parametri stabiliti dal Trattato agendo anche sul denominatore della frazione e non solo sul numeratore anche ponendo in essere delle manovre anticicliche per fronteggiare i periodi di rallentamento se non di recessione del sistema economico.

Lo scopo del dibattito aperto, quindi, è anche rinsaldare tutta l’Euroarea superando l’antagonismo esistente tra i Paesi virtuosi e gli altri per giungere a un nuovo quadro di regole che serva a mantenere la stabilità delle finanze, ma allo stesso tempo a favorire la convergenza in quei Paesi che, finora, hanno avuto meno margini di manovra a causa di problemi strutturali che li ponevano in condizione svantaggiata. “Certamente i Paesi con maggior debito, e l’Italia è uno di questi, devono tenerlo sotto controllo, contemporaneamente non possiamo immaginare una situazione in cui gli investimenti, la transizione ambientale, i cambiamenti portati dal digitale e le sfide del lavoro possano essere preclusi ai Paesi che hanno un debito elevato” ha sottolineato Gentiloni “Lo sforzo di promuovere crescita, lavoro e investimenti deve coinvolgere tutti”.

Questa impostazione, sembrerebbe, voler superare l’impasse in cui si è trovata in questi anni tutta l’Unione Europea, più preoccupato di tenere sotto controllo il debito che a voler crescere per mantenere il posto che le compete sullo scacchiere planetario come grande player economico. Potrebbe essere il primo passo verso una vera integrazione, per andare da un gruppo di stati accomunati da un insieme di regole e da una pesante burocrazia unita a un'unica valuta comune a un modello federativo o confederale che possa permettere la creazione di un blocco politico ed economico capace di competere con i grandi concorrenti oggi esistenti, come Usa e Cina, permettendo una crescita il più possibile armonica fra gli Stati membri. Porre l’accento sulle politiche di crescita sostenibile rispetto alle mere politiche di bilancio è un primo passo importante perché alla necessaria stabilità si vuole tornare a giocare un ruolo importante a livello di mercati mondiali e permettere, contemporaneamente, la crescita del benessere interno spinto da una maggiore produttività, maggiori possibilità di lavoro e affermazione personali unita a una crescita del reddito mediano (non dico reddito medio per non richiamare il paradosso del pollo di Trilussa).

Forse siamo sull’orlo di un punto di discontinuità importante a livello del processo di integrazione europeo e, forse, tante criticità incontrate in questi anni potrebbero trovare una soluzione nel futuro prossimo… solo forse, però!

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