Il patrimonio culturale è un valore prezioso e costituisce la ricchezza di un luogo e della relativa popolazione.
La cultura è una risorsa per l’identità e la coesione delle comunità; essa è “organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”, come, già nel 1916, scriveva Antonio Gramsci.
La parola “heritage”, traduzione di “patrimonio”, racchiude perfettamente l’idea di un’eredità ricevuta dal passato, che richiede cura e attenzione per continuare a essere preservata, apprezzata e tramandata alle generazioni future.
I valori fondamentali del patrimonio artistico-culturale sono sintetizzabili nell’endiadi: promozione e tutela, come cristallizzato nei commi 1 e 2 dell’art. 9 della Costituzione italiana.
Del resto, la stessa Convenzione di Faro (stipulata nella città portoghese di Faro il 27 ottobre del 2005 e, successivamente, ratificata dall’Italia con legge 1° ottobre 2020, n. 133) rientra tra gli strumenti progettati per proteggere e promuovere il patrimonio culturale europeo. Si tratta di un accordo internazionale che, pur non sovrapponendosi agli strumenti internazionali esistenti, li integra. Chiaro è il richiamo, alle popolazioni, a svolgere un ruolo attivo nel riconoscimento dei valori dell’eredità culturale, al pari dell’invito, rivolto agli Stati, a promuovere un processo di valorizzazione partecipativa, fondato sulla sinergia fra pubbliche istituzioni, cittadini, privati, associazioni.
In particolare, la ridetta Convenzione sottolinea il valore e il potenziale del patrimonio culturale come una risorsa per lo sviluppo sostenibile e la qualità della vita, promuovendo un approccio integrato, unendo iniziative legate all’identità culturale, al paesaggio naturale e agli ecosistemi biologici.
D’altro canto, è la stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Parigi 1948) a sancire che “la conoscenza e l’uso dell’eredità culturale rientrano fra i diritti dell’individuo a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità e a godere delle arti”.
Invero, tutela dei beni culturali e promozione dei diritti umani risultano essere azioni fortemente interconnesse: il valore del patrimonio culturale coincide con la creazione di una “comunità di valori”.
La protezione del patrimonio immateriale culturale dei popoli, “garantendone l’identificazione, la documentazione, la ricerca, la promozione, la conservazione, la trasmissione e l’attuazione attraverso strumenti di educazione formale e non ed il rilancio dello stesso patrimonio”, è, peraltro, l’obiettivo primario della Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale e immateriale, conclusa a Parigi il 17 ottobre 2003.
In tale ottica si pone, altresì, il recente Manifesto educativo sulla trasmissione del codice culturale religioso, presentato – nel contesto del Giubileo per gli Artisti e il Mondo della Cultura – dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede (Sharing Hope. Horizons for Cultural Heritage – Manifesto).
L’importanza della fruizione dell’immenso e differenziato patrimonio culturale nonché della correlata valorizzazione e salvaguardia, passa anche attraverso le nuove opportunità offerte dal digitale, come messo in luce dal direttore dei Musei Vaticani Barbara Jatta, durante l’incontro internazionale in parola (Sharing Hope. Horizons for Cultural Heritage), tenutosi, a febbraio dell’anno in corso, presso i Musei Vaticani: “vogliamo utilizzare i mezzi digitali, l’intelligenza artificiale, i social network, le forme di comunicazione anche contemporanee per avere uno sguardo bifronte, cioè guardare il passato per vivere il presente e guardare al futuro”, per costruire così strategie efficaci e sostenibili in un presente sempre più connesso.
Un chiaro esempio di come valorizzare e a riconoscere il nostro patrimonio culturale è rinvenibile nel MARec (Museo dell’Arte Recuperata dell’Arcidiocesi di Camerino, sito nel Palazzo vescovile di San Severino Marche) che espone molte delle opere d’arte sacra che provengono dalle 350 chiese danneggiate dal terremoto del 2016 – 2017 e che sono state salvate in quei centri delle Marche distrutti dal sisma. Nelle chiese si trova il 70% di opere d’arte totali di tutte le Marche.
Un museo – nato su iniziativa dell’Arcivescovo Monsignor Francesco Massara – che è intriso di storia, fede, rinascita e speranza, a memoria del valore anche devozionale dei beni culturali, quali testimoni della fede, delle tradizioni e della storia della comunità che li ha prodotti nel corso dei secoli.
Orbene, il patrimonio culturale di un Paese (come chiese, dipinti, sculture, libri antichi), proprio in quanto parte della sua identità, va custodito e fatto parlare anche nel presente, non solo per la sua bellezza, ma soprattutto per il messaggio, anche di fede, che porta.
Pertanto, la sfida è quella di costruire ponti tra passato e futuro, per non essere solo custodi della memoria, ma attori attivi nel promuovere l’eredità artistica, culturale e religiosa. La mission è quella di far conoscere, preservare e condividere questo lasciato di straordinaria cultura, storia e bellezza.

