Si dice che per capire l’altro bisogna indossare le sue scarpe e fare un po’ di strada. Per commentare questa pagina del Vangelo della quarta Domenica del Tempo Ordinario, ho fatto un piccolo esperimento: sono arrivato ai piedi di una collina, ho lasciato la macchina e ho incominciato passo dopo passo a salire su fino ad arrivare alla vetta. Chi mi conosce sa che sono un sacerdote con disabilità; convivo con una paresi spastica alle gambe. La fatica della salita allora diventa maggiore.
Ho provato ad immaginare le migliaia di persone che seguivano Gesù. Tante di queste erano persone con infermità, magari accompagnate da familiari o amici. C’era gente semplice, povera, senza lavoro o sfruttata dalle tante tasse da versare a Roma. Gente bisognosa di sentirsi amata, ascoltata, guardata dentro. Quando il Vangelo dice che Gesù ne sentì compassione, possiamo provare ad immaginare con quanta tenerezza, con quanta delicatezza e amore ha guardato ad uno ad uno i volti di queste persone. Da questo sguardo, dal suo cuore escono le meravigliose parole delle Beatitudini.
E così anche questa volta, come in tutte le altre in cui Gesù usa delle immagini, ci consegna un messaggio e un significato profondo, che va aldilà dell’immagine, importante per il nostro cammino e la nostra crescita spirituale. Quando Gesù usa l’immagine delle pecore, certamente non vuole parlare di pastorizia ma sta dicendo a chi lo ascolta che ogni singola anima, ogni singola persona ha un valore inestimabile così com’è una pecorella portata sulle spalle del pastore o una pecora che si smarrisce.
Quando Gesù parla di pesci, di rete gettata in mare, certamente non sta parlando di pesca o di segreti e consigli per pescare ma ci dice che ogni anima ha bisogno di essere pescata nel grande mare di questo mondo che non sempre mostra il suo lato migliore anzi, le tenebre, le ingiustizie e le immoralità sono sempre più presenti. Bisogna, allora ogni giorno diventare pescatori di anime. Soffermiamoci sul testo delle beatitudini.
Cosa sta guardando Gesù in questo momento mentre pronuncia queste parole? Poveri, gente che ha fame, gente che sta usando misericordia a qualche altro fratello aiutandolo a camminare o soccorrendolo nella fatica, gente che piange per qualche motivo, gente perseguitata per qualche situazione, gente oppressa. Ecco nel discorso delle Beatitudini Gesù si serve di queste immagini concrete che sta vedendo nel volto, nei cuori di chi ha di fronte a sé per dare a tutti un messaggio più alto. Certamente, si può essere poveri di sostanze e di beni materiali ma colui che avrà la capacità di diventare povero in spirito, consegna alla sua povertà, la sua stessa vita nelle mani del Signore che diventa provvidenza e consolazione.
Consegnando la propria volontà al Signore, tu gli dici: “la mia vita è nelle tue mani o Dio. Nulla temo, di nulla ho paura perché so che tu sei con me”. Chi usa misericordia ad un altro avrà certamente misericordia, ma non nei modi e nei tempi che noi immaginiamo. L’autore della misericordia creerà occasioni di misericordia per noi che abbiamo saputo essere compassionevoli e misericordiosi.
Il Salmo 37 afferma «il poco del giusto è cosa migliore dell’abbondanza dell’empio». Quel Samaritano quel giorno forse fermandosi ad aiutare un malcapitato avrà perso del denaro, ne ha tolto qualcuno di tasca sua, ma il suo gesto e il suo cuore compassionevole, è per me la più bella catechesi. A volte mi capita di vedere sui social dei video di gente che per un motivo o per un altro si mostra bisognosa d’aiuto. Naturalmente ci sono delle telecamere nascoste per riprendere il comportamento della gente. I video vengono ambientati in luoghi affollati. Su cento passanti, buona parte guarda e passa oltre. Pochi, anzi pochissimi, uno o due al massimo si fermano. O sono bambini o persone hanno una sofferenza fisica.
In questa pagina del Vangelo Gesù ci chiede di riscoprire un’altra ricchezza, quale? La ricchezza della carità, della generosità, del servizio e non del fare per mostrarmi o per accumulare like e followers. Questa è l’unica ricchezza che rende felici ed è l’unica ricchezza che dura per l’eternità. La vita di San Francesco D’Assisi ebbe una svolta decisiva quando capì che la ricchezza vera non era quella gli offriva il padre con il commercio delle stoffe e non era neppure quella del successo e della gloria che gli offrivano le imprese cavalleresche di un tempo. Comprese tutto questo e con l’entusiasmo di un innamorato sposò la povertà per smascherare la falsa ricchezza e per diventare lui stesso un umile mangiatoia, capace di accogliere Dio che è l’unica, vera e inalienabile ricchezza dell’uomo e fu un uomo felice.
Una volta celebrai la Santa Messa per un gruppo di studenti che si apprestavano a fare un viaggio in Africa a contatto con tanta povertà e miseria. Tra le tante cose che erano riusciti a racimolare per i bambini e le famiglie di quei luoghi, fecero una raccolta per portare un Gesù Bambino. Era, appunto, il periodo di Natale. Avevano deciso di trascorrere le loro vacanze di Natale in questa missione tra tanta gente povera. Quando vidi tutti i loro doni mi venne da dire con cuore commosso: “assomigliate ai pastorelli di duemila anni fa che partirono senza indugio per andare ad adorare Gesù Bambino”. Loro sorrisero alle mie parole ed erano molto felici. Terminata la Santa Messa, ad uno ad uno vollero essere benedetti. Chiesi loro: “Perché dei giovani come voi scelgono di rinunciare a dei giorni di divertimento per andare li dove non c’e’ niente?”. Ecco alcune risposte che mi hanno profondamente colpito. Uno ha detto: “andiamo ad arricchirci di bellezza”. Un altro ha detto: “vogliamo disintossicarci dalla peste di egoismo che dilaga in mezzo a noi». Un altro ancora: “vogliamo liberarci da quei vuoti divertimenti che non danno gioia”.
Preghiamo affinché anche noi possiamo avere lo stesso coraggio, il coraggio di uscire dalla diffusa e insensata prostrazione al denaro, al successo, al divertimento cattivo. Lasciamo le maniglie dell’egoismo. Riscopriamo la gioia e la fierezza di appartenere a quel Bambino Gesù nella mangiatoia che ci insegna la via della piccolezza, dell’umiltà. Ci insegna a mettere da parte la legge del taglione dove si risponde al male con altro male, all’offesa con un’altra offesa. No! È l’amore il motore che muove le cose. L’odio le ferma. È l’amore la strada verso il Paradiso. “Dilige et quod vis fac”, ama e fà quello che vuoi diceva Sant’Agostino, non inteso che uno può fare tutto quello che vuole, bene e male insieme. “fà quello che vuoi” è una conseguenza del Dilige, (ama). Amare nella Prima lettera di San Giovanni, come del resto anche nell’insegnamento del Signore, significa tenere la propria volontà conformata a quella di Dio.
Gesù ha detto: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” (Gv 14,21). Non c’è amore per il Signore se non c’è l’osservanza dei suoi comandamenti. E ancora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). Quindi, quando siamo con il Signore perché lo seguiamo possiamo fare ogni cosa, piccola o grande che sia, abbiamo manifestato il suo amore in noi. Quando avrai impiegato il tuo tempo, le tue ricchezze per il fratello, tu sei veramente ricco perché è il Signore che vive in te e lo stai mostrando con la vita.

