MERCOLEDÌ 14 GIUGNO 2017, 000:02, IN TERRIS

Partiti in crisi: cosa fare?

ALESSANDRO DIOTALLEVI
Partiti in crisi: cosa fare?
Partiti in crisi: cosa fare?
Perché ci sia sempre meno gente che aderisca ai partiti è questione che preoccupa per molte ragioni, la principale delle quali è costituita dal fatto che questo fenomeno denuncia la dismissione di un diritto sanzionato nella Costituzione da parte dei cittadini.

Se è vero che associarsi in partiti non è l’unico modo per concorrere a determinare la politica nazionale, vediamoli da vicino gli altri: il primo è quello di illudersi di partecipare, assistendo, beatamente incoscienti, al dibattito radio-televisivo, oppure ingolfandosi in qualche canale simil-social; il secondo è quello di cercare un capo al quale sottomettersi devotamente, in genere un capo con molte disponibilità economiche nemico delle pratiche della democrazia che vive come lacci e lacciuoli; il secondo bis è quello di cercare un capo similcarismatico munito di notorietà mediatica acquisita fuori dalla politica; il terzo, il più nobile, è quello di buttarsi a capofitto nella carità, sotto la forma del volontariato sociale, del servizio quotidiano alla persona, della esemplare conduzione della vita, dell’accoglienza degli altri (di tutti, non dei soli immigrati).

Ma, questa terza modalità, storicamente e realisticamente, anche sottoposta all’esame del metodo sociale e della storia, non porta a concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Non è salvifica per la persona, talvolta è addirittura egoistica o nasconde la paura per il mondo, non lo è per la democrazia, per molti motivi, alcuni validi altri strumentali (i parlamenti non sono rappresentativi, i governi sono nelle mani delle lobby, le elezioni, via via, sfumano in appuntamenti ai quali volentieri si sfugge).

Mentre un tempo l’analisi politica registrava il fenomeno dell’impossessamento dei movimenti ad opera dei partiti (che li usavano, in genere, per catturare qualche candidatura elettorale da gettare via subito dopo l’uso), oggi si consolida una visione più istituzionalista secondo la quale, tutto sommato, i partiti soffrono la concorrenza dei movimenti che sottraggono loro le risorse necessarie a sostenere le azioni politiche.

Torna l’interrogativo di sempre: che fare?
Io, ne chiedo scusa, mi trovo ad aver conforto in un assunto aristotelico e, quindi “ha più valore il principio della dimostrazione affermativa che della negativa: ed ha quindi più valore la dimostrazione che adopera principi di maggior valore”.

I partiti sono stati e sono un elemento cardine della democrazia, ma sono piombati in una lunghissima fase degenerativa che li ha trasformati nella causa prevalente della crisi della democrazia. Fanno anche da parafulmine, fanno comodo a tutti coloro che della democrazia non apprezzano se non la contendibilità; ad esser chiari le mafie, i centri di criminalità economica, i poteri opachi hanno un grande vantaggio dalla democrazia, quello di non doversi dichiarare.

Ecco il punto, e al diavolo il centellinamento prudente dei giudizi per la paura di essere esclusi dal potere, non si tratta più di difendere od accusare i democristiani, i comunisti, i socialisti i liberali, e via rappresentando, si tratta di individuare strumenti di nuova concezione (foss’anche di vecchia denominazione se se ne avesse la forza data dall’onestà cristallina delle intenzioni) che assicurino al Paese e ai cittadini la realizzazione di una corrispondenza protetta tra programmi ed attuazione, tracciata, responsabile, sanzionata.

Si ma con quali contenuti? Questo, com’è ovvio non è un trattatello politico, è una riflessione per principi ispiratori, per indicazioni concrete, le seguenti: “Rispetto e promozione effettiva del primato della persona e della famiglia (cioè i rapporti etico-sociali ed economici delineati nella Costituzione), la valorizzazione delle associazioni e delle organizzazioni intermedie (cannibalizzate dai grandi poteri), l’incoraggiamento offerto all’iniziativa privata in modo tale che ogni organismo sociale rimanga a servizio del bene comune, un’adeguata responsabilizzazione del cittadino nel suo essere parte attiva della realtà politica e sociale del paese; la salvaguardia dei diritti umani e delle minoranze (quest’ultima sacrificata su improvvisati altari della governabilità), l’articolazione pluralistica della società. Chi vi vede un’ispirazione cristiana non si sbaglia, ma lo invito a negare che sia al servizio del bene comune.

Se non vi pare eccentrico vi voglio fare un esempio. Qualche giorno fa, ad Indianapolis, in un incidente un’auto che viaggiava a 350 km all’ora è volata via per centinaia di metri e si è spaccata in due, tre pezzi. Il pilota è sceso indenne. La salute dei conducenti è stata messa al centro dei criteri di costruzione di quei bolidi, dopo che l’opinione pubblica aveva mostrato orrore per i tanti tributi di vite umane pagati alle corse. L’industria automobilistica sportiva è corsa ai ripari, con applicazione di investimenti e ricerca. Bene. Ha continuato a proporsi come banco di sperimentazione di soluzioni da trasferire alla produzione civile. E infatti, ci ha riempito di elettronica e pulsanterie. Ma quell’industria non ha posto al centro la persona. Non ha trasferito all’auto di ogni giorno la cellula di sopravvivenza che protegge il pilota da corsa.

La politica, i governi, gli interessi hanno continuato a proporci limitazioni di ogni genere ma non hanno fatto dell’auto un mezzo sicuro. Il mercato dell’automobile non ha prodotto l’utilità sociale che è insita nella salvaguardia della vita umana. Lo Stato non si è dimostrato all’altezza. Mi aspetto un contagio emotivo per esempi nei campi della farmaceutica, dell’agricoltura, della tecnologia informatica, e via enumerando i settori nei quali non si parla più di responsabilità sociale d’impresa, o di business ethics, bensì si progetta per l’uomo in tutte le sue dimensioni.

Lo si può sperare fuori dalla politica? No se come sostiene Friedman (e con lui la stragrande maggioranza della politica sussidiata dall’economia) “the social responsibility of business is to increase its profits”. Ma chi intenda proporre al Paese un modello di sviluppo deve pronunciarsi su un punto essenziale: crede o no che “il libero mercato può recare effetti benefici per la collettività soltanto in presenza di un’organizzazione dello Stato che definisca e orienti la direzione dello sviluppo economico?"

Se si accetta, anche implicitamente, che viga una regola (della Costituzione materiale) che grosso modo consenta ai poteri (necessari), pubblici o privati che siano, di generare potere da spendere in forma espansiva per addomesticare il principio costituzionale secondo il quale la sovranità appartiene al popolo (che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione ) allora la democrazia è in cattive mani.
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