Nuova Maturità e vecchi nodi: la scuola del dopo-Covid

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Una situazione così imprevista ha colto di sorpresa anche il mondo della scuola. La pandemia ha in qualche modo fatto emergere tanti nodi, nel senso che ci sono situazioni complesse, aspetti difficoltosi nella gestione del quotidiano scolastico già noti. Complessità che nel tempo si sono cronicizzate, ad esempio le emergenze della sicurezza. Chiaramente sono emerse con tutto il loro impatto in una fase emergenziale e condizioneranno la riapertura prossima così come hanno condizionato la riapertura delle scuole per la Maturità. Tant’è vero che per settembre, le scuole stanno aspettando le linee guida del Ministero, che licenzierà a breve. Indicazioni sotto il profilo della sicurezza, del distanziamento, di una didattica rinnovata e rivista. Al momento sono ipotesi ma si può ipotizzare una riduzione dell’unità oraria -da 60 a 40 minuti -, ci si interroga sui turni, portare la mascherina ma piuttosto negli spostamenti negli spazi comuni. Al momento ipotesi in attesa delle indicazioni che darà il Miur.

I nodi venuti al pettine, soprattutto quello della sicurezza, ci porta a considerare che il 55% scolastico edilizio è stato costruito prima del 1976, quando non c’era la normativa sulla sicurezza che si è sviluppata negli anni a venire e diventata negli anni molto raffinata, in particolare con il decreto legislativo 81 del 2008. Un testo normativo ambizioso che, però, diventa di difficile attuazione all’interno, se non di tutti, della stragrande maggioranza degli edifici scolastici, perché sono nati con un’impiantistica completamente difforme dai criteri oggi imposti. Queste carenze, unite a una certa vetustà, hanno comportato e comportano criticità all’interno della vita ordinaria della scuola: e, in una fase di pandemia, per la riorganizzazione a settembre e per la gestione della Maturità diventa una difficoltà in più. Attuare agevolmente le regole che fanno parte della normativa generale arrivata dalla presidenza del Consiglio nelle scuole con questo tipo di patrimonio edilizio, e con aule sovraffollate – vista la media di 26 alunni per classe -, richiederebbe molta fatica. Si è quindi al lavoro per valutare le ipotesi migliori da attuare per una didattica che sarà necessariamente rimodulata.

Alla Maturità 2020 si è arrivati prevedendo di riaprire le scuole. Una scelta che, personalmente, ho salutato felicemente, pur comprendendo le difficoltà di tipo logistico e sostenendo, da dirigente scolastico, che è stata veramente un’impresa notevole assicurare che gli esami si potessero svolgere adeguatamente nelle scuole delle suddette tipologie. Andava dato un segnale: un adolescente che ha trascorso cinque anni nelle aule scolastiche lascia un pezzo di vita assolutamente significativo. Anni densi sicuramente di un percorso disciplinare ma anche di relazione e rapporti umani in una fase delicatissima e meravigliosa, in cui si costruisce la propria identità nelle relazioni con i compagni e nel confronto con gli adulti. E’ veramente un percorso talmente significativo che chiuderlo in un perfetto anonimato, attraverso lo schermo di un computer, sarebbe stato veramente un grande dispiacere. E, da un punto di vista pedagogico, la scelta meno felice che la scuola potesse fare. Ben venga rivedersi con le modalità condizionate dall’emergenza: le scuole si sono adeguatamente attrezzate e anche il Ministero ha partorito un impegno di spesa notevole, circa 40 milioni di euro per dotare tutte le scuole di impianti per la sanificazione e prodotti, oltre a strutture accessorie, come i gazebo per gli istituti con spazi esterni adeguati.

Ogni sessione ha contenuto un massimo di 5 alunni, con un solo accompagnatore per studente e con distanza di due metri fra esaminato e commissari. Ogni commissione è stata composta da sei docenti interni e con un presidente di nomina esterna, anche questa una scelta ministeriale felice, a mio avviso. Perché i sei docenti conoscono lo studente, perlomeno da tre anni, se non per alcuni indirizzi addirittura da tutti e cinque gli anni. Questo è un grosso vantaggio per un alunno che ha vissuto una distanza fisica per tre mesi. Una maturità molto singolare, per la quale i ragazzi hanno dovuto rivedere l’impatto psicologico che pensavano di avere. Una sola prova della durata di un’ora, partendo da un tema scelto dallo studente oggetto di scambio e accordo con i docenti, per poi operare collegamenti pluridisciplinari. Vi sono stati poi, naturalmente, temi proposti dalla commissione. Ascoltando gli studenti, sembra che tutti siano stati sereni e si siano sentiti realmente accolti. Una regola che ciascuna commissione si è in qualche modo imposta era proprio questa: essere accogliente, come sempre fatto dagli insegnanti del resto, con gli studenti.

Chi è distante da questo mondo, sarebbe tentato a dare un’interpretazione superficiale di questo esame per le modalità nelle quali si è svolto. Non è così: è rimasto pure sempre una prova che costituisce il valore di rito di passaggio. Ha significato la costruzione, insieme, di un modello nuovo d’esame e, quindi, di relazioni diverse che, secondo il modello precedenti, si dava per scontato. Riaggiustare il tiro comporta una fatica in termini psicologici, quindi nulla va dato per scontato.

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