Nubi sul futuro di Amazon

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Chi non conosce Amazon? Per molti l’azienda di Jeff Bezos è, addirittura, sinonimo di e-commerce nonché di un modello estremamente evoluto di negozio on line e l’idea di come possa evolvere il sistema del commercio e dell’intermediazione nel futuro: dai libri al cibo, dai servizi televisivi alla banca.

Quello che affascina e spaventa tanti è la varietà dell’offerta che il sito offe ai suoi clienti anche se, in fondo in fondo, Amazon altro non è che una versione tecnologica del vecchio Posta Market anche se con delle caratteristiche che lo rendono una scelta assai efficiente per chiunque.

Se ci pensaste, la creatura di Bezos veramente nacque in un garage, contrariamente ad Apple nonostante la leggenda, e all’epoca, come oggi, altro non era che una mera azienda logistica, quello che nel gergo odierno si dice di delivering, basata su un catalogo disponibile on line.

Si partì come negozio di libri, sfruttando le limitazioni di catalogo che le librerie tradizionali hanno obbligatoriamente, per ragioni di magazzino, per poi passare a elettronica, musica, film e tutto quello che poteva essere ordinato e consegnato a casa, tramite posta o tramite corriere. Esattamente come era lo storico Postal Market, ma con una vetrina costantemente aggiornata e un sistema di pagamento nello e veloce e un servizio post vendita sia per i resi sia per la garanzia invidiabile.

Con il tempo il sito si è arricchito, trasformandosi in un vero e proprio mercato elettronico. Ancor prima di Ebay che, poi, si è trovato a dover inseguire. Amazon stessa vendeva sulle sue pagine computerizzate ma anche negozi terzi che hanno trovato nel canale elettronico offerto una via molto più economica di promozione e di offerta al pubblico.

Da qui all’ampliamento del catalogo a “qualsiasi cosa possa essere ordinata” il passo è stato breve e Amazon ha iniziato a crescere sia per volumi di vendita sia per servizi offerti fino a diventare il vero metro di paragone non solo per l’e-commerce ma anche per i termini di servizio dei rivenditori fisici, cosa che non ha tralasciato nemmeno il settore bancario anche se non c’è alcun interesse della società ad operare come istituto di credito quanto, piuttosto, a stringere accordi con operatori di alto livello nel settore dei pagamenti e nell’offerta di servizi di base a determinati segmenti di clientela come i millennials.

Fin qui tutto splendido. Sembrerebbe quasi che Amazon punti a divenire il monopolista nel commercio mondiale. In Italia – aiutato anche dall’accordo triennale con Poste italiane che garantiranno le consegne anche nei fine settimana e la sera (entro le 19.45) per rendere ancor più competitiva l’offerta del sito – è ormai divenuto un vero e proprio portale del commercio elettronico. Eppure anche Amazon ha conosciuto il fallimento e diverse criticità cominciano a dipingersi all’orizzonte.

Di fallimenti, in effetti, se ne contano pochi anche se clamorosi. Ad esempio il lancio dei tablet Kindle Fire, tardivo in un settore già in ribasso e con un prodotto che tradiva le peculiarità che hanno reso il lettore di e-book il principale supporto venduto (nonché il “nome” comune dato a questo particolare prodotto dal pubblico esattamente come Rollerblade lo fu per i pattini in linea). Il sistema operativo FireOS, che doveva essere un’alternativa ad iOS degli iPhone e ad Android di Google, è “finito nel cestino” insieme ai Fire Phone su cui doveva essere montato divenendo semplicemente un’altra versione di Android. Altri flop sono stati Amazon Auctions, un sito di aste che doveva fare concorrenza a Ebay, e Junglee, portale per confrontare i prezzi, sul modello di Trovaprezzi.it.

Sono, però, le criticità che oggi si evidenziano che andrebbero valutate. Da un lato c’è il punto più conosciuto, anche per via della narrazione mediatica, relativo alle condizioni di lavoro degli impiegati nei magazzini che potrebbe portare a un vero e proprio scontro con le parti sociali se il nodo non venisse sciolto su stabilizzazioni, ritmi di lavoro e remunerazioni. Dall’altro c’è un avviso d’allarme ben più fondato e relativo alla tenuta futura dell’azienda.

Oggi i Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon) rappresentano il 50% circa della capitalizzazione di Wall Street ma mentre su Facebook si teme un brusco rallentamento di crescita e su Apple una possibile riduzione della redditività dovuta al fatto che iPhone rappresenti quasi il 60% degli introiti mentre servizi, tablet, PC insieme meno del 34%, su Amazon il problema vero evidenziato è sui margini di profittabilità, contrariamente a Google (Alphabet, cioè) che non sembra dare allarmi di sorta, al momento.

Nonostante i fatturati record degli ultimi due trimestri, nel triennio precedente Amazon operava con un margine di profitto pari a 1,3% medio e nella prima metà del 2018 ha raggiunto una media del 4% circa. Progressione invidiabile senza dubbio e in linea con un grande magazzino ma abbastanza preoccupante per un colosso tecnologico con la capitalizzazione che possiamo leggere sui listini (per fare un esempio Google opera con un margine del 18.3% medio nell’ultimo trimestre e del 20% nel primo semestre 2018) e con un rapporto p/e di quasi 135 punti a fine del primo semestre (Google è a 47 punti).

Questo valore indica il rapporto tra il prezzo dell’azione e l’utile ripartito per ogni singolo titolo ed è un indicatore importantissimo nella valutazione dei prezzi azionari, visto che questi dovrebbero incorporare sia il valore del patrimonio dell’azienda sia le previsioni future di utile/dividendo. Tra gli analisti un valore compreso nell’intervallo 13-15 è ritenuto normale, se fosse superiore indicherebbe, di norma, un titolo sopravvalutato cosa che è certamente quando il valore raggiunge un livello intorno al 30 e, in questo caso, stiamo parlando di un livello superiore di 4,5 volte, siamo certi che uno scossone nel comparto tecnologico non possa avere un impatto assai pesante sui più di 1.800 dollari di valutazione dell’azione? Così come l’avvento di futuri e agguerriti concorrenti (se mai arrivassero)? Forse varrebbe la pena ragionarci sopra un attimo.

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