Milano non parla più milanese

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Milano lancia la sua “sfida alle grandi capitali”. Beppe Sala si culla sugli indicatori analizzati dal Sole 24Ore che pongono il capoluogo lombardo in cima alla classifica della qualità della vita in Italia. Un’affermazione per molti versi annunciata dagli anni di tam tam mediatico che ha a più riprese eletto la metropoli meneghina a “modello” di efficienza e modernità. Tra le 7 aree tematiche prese in considerazione per stilare la graduatoria Milano primeggia per servizi (e questo lo sapevamo), reddito da lavoro, depositi in banca pro-capite e consumo di beni medi durevoli e come migliore smart city italiana.

Uno stile di vita, insomma, trainato dalla ricchezza di una buona parte della cittadinanza, quella che lavora e guadagna alla grande, tenendo alta l’asta del pil pro capite. Ma che non rappresenta la maggioranza, né può cancellare le enormi contraddizioni presenti nel tessuto urbano, dalla sicurezza (Milano è in cima anche alla classifica italiana dei reati), all'inquinamento (negli ultimi giorni le Pm10 hanno nuovamente superato la soglia di guardia), fino al costo della vita (gli affitti sono i più cari del Paese).

Mettete insieme pro e contro e otterrete una metropoli a misura di ricco, dove qualità e tenore di vita finiscono col coincidere. La Milano del post Expo, del resto, non ha mai preteso di essere diversa da questo: un grande polo di investimento, una realtà costantemente in vendita, dove l’intervento privato, con tutti i suoi pregi, è diventato elemento preponderante. Una città/manifesto del globalismo, nel quale l’evento mondano dell’anno non è più la prima della Scala ma l’apertura di Starbucks (con buona pace delle caffetterie locali), che si dà un tono mutuando l’esperienza architettonica dello sviluppo verticale (lo Skyline), visto e rivisto in decine di megalopoli occidentali. Una “grande metropoli europea” che marca le distanze da Roma cercando di cogliere al volo l’opportunità delle Olimpiadi, che elemosina briciole da Bruxelles – leggasi ufficio europeo brevetti – dopo il clamoroso smacco dell’Ema, assegnata ad Amsterdam.

Sbaglia, dunque, chi paragona il rinascimento meneghino all’epopea della “Milano locomotiva” degli anni 80. Allora erano l’industria e l’imprenditoria locale – da Alfa Romeo a Pirelli, a Motta, fino all’editoria – a tirare la carretta, oggi sono soprattutto i grandi gruppi esteri. Il cambio di prospettiva si riverbera sullo stile, persino sul linguaggio. Così i “cummenda” trench, sciarpa e cappello visti nei dei film di Celentano e Pozzetto, lasciano spazio al “milanese imbruttito” (su cui ironizza una geniale pagina Facebook) con i suoi inglesismi caricaturali (“la call”, “il business”, “il meeting” ecc).

In controluce si vede la voglia di sentirsi grandi rifugiandosi nell’esterofilia spinta, che, però, spesso tracima nel paradossale, lasciando intravedere barlumi di provincialismo. Come il “terrunciello” di Abatantuono, l’emigrato al nord che cerca di nascondere le sue origini meridionali diventando il “ras” della Fossa dei Leoni. Eppure a Milano l’identità non manca. E’ nei suoi vicoli, nei suoi negozi tradizionali, nei mercati rionali, nella piccola imprenditoria, nel grande cuore dei suoi abitanti, nella cultura popolare. Nelle sue mille imperfezioni che diventano vezzi. Recuperarla, valorizzarla, non nasconderla all’ombra di un grattacielo, sarebbe davvero un modello vincente

 

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