Migranti: si doveva fare di più

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Il tema dei migranti continua ad occupare il dibattito pubblico non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e del mondo. Dibattito che non ha prodotto però ancora risultati concreti né sul versante dell’accoglienza di primo livello, intesa come equa distribuzione dei rifugiati all’interno dei singoli Paesi dell’Unione Europea, né su quella di secondo livello, più propriamente riferita all’integrazione sociale e lavorativa.  

E’ vero, è un problema non solo italiano ma di portata europea e internazionale, serve un politica comune che stenta a decollare, ma non possiamo per questo stare a guardare e attendere soluzioni lontane senza interrogarci su questioni che attengono alla sana convivenza civile tra immigrati e italiani. Se accogliere, dunque, è importante, integrare è fondamentale. Integrare è anche l’ultimo dei quattro verbi, insieme ad accogliere, proteggere e promuovere, attorno a cui ruotano le indicazioni di Papa Francesco per dare risposte concrete ai bisogni dei migranti.

Per questo ci sembra opportuno cogliere questa occasione per ribadire la necessità di “governance” di un fenomeno che non è più tale e che quindi va gestito con serietà, senso di responsabilità e lungimiranza, guardando ad esso come risorsa e non come costo. Perciò vogliamo ribadire ancora quelle richieste che con un po’ più di coraggio  avrebbero potuto costituire un’ottima base di partenza per dare all’immigrazione un volto nuovo, quello della legalità e della normalità, che portano bene tanto agli immigrati in termini di diritti quanto al Paese in termini di doveri e responsabilità.

Sullo “Ius Soli – Ius Culturae”, ad esempio, si poteva fare di più e non è stato fatto, lasciando ancora molti “italiani” senza cittadinanza, bambini e adolescenti che comunque vivono nel nostro Paese, frequentano le nostre scuole e parlano spesso solo la nostra lingua. Si poteva fare di più anche per quanto riguarda la regolarizzazione di lavoratrici e lavoratori stranieri caduti nella irregolarità a causa della crisi, ma che continuano a lavorare e hanno alle spalle un importante storia migratoria con forte radicamento familiare. Si poteva fare di più per una loro maggiore inclusione e partecipazione attraverso il riconoscimento del diritto di voto amministrativo.

Sono solo alcuni esempi, piccoli grandi passi che avrebbero consentito di marciare più spediti verso l’integrazione, traguardo obbligato se vogliamo dare alle famiglie immigrate una vita dignitosa, farle sentire parte della comunità, consentire un proficuo incontro tra le culture e costruire un dialogo sociale e interreligioso rispettoso di tutto e di tutti.

Su questa linea sembra muoversi oggi il nuovo Piano del Ministro dell’Interno riservato ai soli titolari di protezione internazionale – secondo noi una “reductio” – che auspichiamo si realizzi a pieno e si giovi di una nostra maggiore collaborazione soprattutto sui temi della formazione e del lavoro

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