Non abbiamo fatto a tempo a interiorizzare l’introduzione delle piattaforme digitali di comunicazione, dell’IOT e della robotica nel mercato del lavoro che la cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0” presenta un nuovo passo avanti che molti annunciano come dirompente, quello dell’intelligenza artificiale.
Fin dai tempi dell’introduzione dei primi arcolai meccanici, circa 300 anni fa, ogni evoluzione tecnologica accende diverse inquietudini sia dal lato dell’evoluzione del mercato del lavoro sia da quello della tenuta occupazionale anche se, a voler essere pignoli, la storia finora ha mostrato che il progresso non ha portato a un calo degli occupati ma, invece, è sempre stata prodromica a un aumento e a una riqualificazione del lavoro umano, unita anche a una crescita reddituale dovuta alla maggiore produttività.
Oggi, però, le IA sono dipinte come un punto di fortissima discontinuità con il passato e il timore che un sistema computerizzato possa sostituire in parte o, addirittura, in gran parte la forza lavoro monta in maniera molto rilevante in gran parte della popolazione mondiale per via della narrazione che i media stanno portando avanti su queste nuove piattaforme ma è veramente così?
Un punto che dovrebbe rincuorare un po’ è l’opinione che Linus Torvalds, non certo l’ultimo arrivato in campo informatico, ha espresso solo pochi mesi fa, indicando che, oggi, le IA siano 90% marketing e 10% realtà ma, volendo ben vedere, in quanti conoscono il geniale creatore del primo kernel di Linux? Battute a parte proviamo a valutare, anche con l’aiuto delle stesse IA, quale sia il reale impatto che queste possano avere, in un futuro prossimo, sul mercato del lavoro. Per l’analisi sono state interrogate sia ChatGPT, la prima intelligenza artificiale generativa aperta al pubblico, sia Grok, la piattaforma inserita in X, sia DeepSeek, la IA opensource di origine cinese al centro di un certo dibattito solo poco tempo fa.
Senza tanto stupore, salvo qualche piccola divergenza a livello di puntualizzazione, il risultato ottenuto dall’interrogazione sui possibili impatti sul mercato del lavoro da parte delle intelligenze artificiali è stato molto simile su tutte e tre le piattaforme, a riprova della vera natura di queste cioè dei compilatori dotati di un sistema di autoapprendimento per la decodifica delle query con a disposizione un database pressocché infinto. Cosa vuol dire questo? Semplicemente che nella loro stessa natura queste IA mostrano il loro reale e importante potenziale e la loro vera e propria debolezza.
Mentre i punti di forza sono stati ben pubblicizzati in questi mesi i secondi sono stati tralasciati o minimizzati per valorizzare la narrazione commerciale delle nuove piattaforme ma un esperimento che si sta portando avanti in questi giorni, con la redazione di un giornale totalmente realizzato tramite IA, le sta mostrando in maniera piuttosto esplicita.
Non è un caso che questa prova avvenga con la redazione di un quotidiano perché una delle professioni che si teme venga impattata maggiormente dall’avvento delle IA è proprio quella del giornalista e in un podcast su SBS Australia la giornalista de “Il Foglio” Giulia Pompili ha raccontato dei risultati della prima settimana di redazione del giornale completamente realizzato tramite intelligenza artificiale. Il risultato è piuttosto interessante perché si è verificato che: la IA non ricorda i particolari degli eventi; corregge le parole considerate “fuori luogo” anche se non lo fossero; non è presente alcuna capacità analitica; le informazioni sono raccolte senza riuscire a valutarne la veridicità ma, al più, la verosimiglianza; le risposte fornite, a volte, sono completamente errate.
Da questa lunga introduzione la sensazione che ne esce è che le IA oggi disponibili siano, oggettivamente, degli strumenti fenomenali ma, credibilmente, ancora acerbi e che molti deli allarmi che si stanno diffondendo sulla possibile sostituzione degli uomini con le macchine siano piuttosto esagerate ma vediamo, come già annunciato qualche paragrafo fa, cosa dicono le stesse intelligenze artificiali sull’argomento.
Tutte e tre le piattaforme interrogate concordano sul fatto che l’introduzione dei sistemi basati sull’intelligenza artificiale avranno un impatto significativo sul mondo del lavoro ma, questo, è un dato piuttosto scontato valutando anche solo come si sia trasformata ogni branca professionale già con l’introduzione dei primi PC negli anni ottanta del secolo scorso, ad esempio. Sicuramente, però, questo impatto avrà degli effetti positivi, probabilmente prevalenti, e negativi che, per essere un’innovazione efficiente, dovrebbero essere piuttosto marginali e, possibilmente, transitori.
Benché molti impieghi spariranno, con molta probabilità, l’avvento delle IA aprirà anche la porta a nuove opportunità lavorative, con la creazione di nuove professioni: mentre andranno all’estinzione quei lavori che coinvolgono compiti prevedibili e standardizzati, come operai nelle catene di montaggio, addetti ai call center, cassieri, autisti (con l’avvento dei veicoli autonomi) e alcuni lavori amministrativi, già oggi cominciano ad apparire impieghi che prima non esistevano come sta generando ruoli che prima non esistevano, come sviluppatori di modelli di machine learning, eticisti dell’AI, specialisti in manutenzione di sistemi automatizzati e formatori di algoritmi, contemporaneamente altre professioni, come quella medica (sia a livello chirurgico sia a livello diagnostico), come il marketing, la finanza (con l’avvento di modelli predittivi) e il settore R&S vedranno un vantaggio sempre crescente dall’impiego di questi sistemi, cosa che spingerà anche a una continua crescita delle competenze richieste per accedere a questi segmenti lavorativi, mentre non saranno toccati quei settori che richiedono capacità umane come empatia o creatività, come insegnanti e artisti ad esempio, che, però, saranno avvantaggiati nel loro lavoro dai tool sempre più performanti a loro disposizione.
Lo spauracchio esistente, alimentato dai media (soprattutto i social media e dai canali di controinformazione) è che di qui a qualche decennio spariranno milioni di posti di lavoro… cosa che è verissima, come indica anche uno studio del World Economic Forum, ma specularmente nasceranno altrettanti, se non di più, nuovi impieghi richiesti.
La vera criticità, quindi, non sarà quella della perdita dei posti di lavoro ma la gestione della transizione verso un livello di competenze richieste a ogni livello superiore, una vera e propria riqualificazione del lavoro, che dovrà essere portato avanti da governi, aziende e, punto non banale, dagli stessi individui che dovranno accettare una formazione continua e una minor routine lavorativa perché una sempre maggior integrazione dei sistemi digitali potrebbe creare forti diseguaglianze fra chi possieda capacità tech avanzate e chi, invece, resti caratterizzato da competenze, ormai, obsolete.
Anche dal lato organizzativo, poi, sono previste delle modificazioni molto importanti perché la maggior produttività spinta dalle IA, secondo buona parte degli economisti, porterà a una nuova riduzione strutturale degli orari di lavoro e a un nuovo stimolo al remote working, con un notevole vantaggio anche a livello ecologico e di bilanciamento tra lavoro e vita privata, dato dai nuovi strumenti di collaborazione.
In sintesi l’AI non distruggerà il lavoro in assoluto, ma lo trasformerà profondamente. Chi saprà adattarsi, acquisendo nuove competenze (tecniche e trasversali), trarrà vantaggio da questa rivoluzione. Serviranno però politiche pubbliche e aziendali per gestire la transizione, evitando un aumento della disuguaglianza sociale.
Come detto più sopra, tutte e tre le piattaforme interrogate (ChatGPT, Grok e DeepSeek), pur con qualche minima differenza stilistica rispondono alla medesima interrogazione sull’impatto delle intelligenze artificiali sul mercato del lavoro nello stesso modo, praticamente con lo stesso schema espositivo, lo stesso ordine di opportunità e di criticità e la stessa conclusione sulla trattazione.
Se si fosse fatta la stessa domanda a un gruppo di persone, ipotizziamole decisamente competenti in materia, avremmo avuto magari la stessa tesi di base ma con declinazioni diverse sulla base della sensibilità di ognuno, del percorso di studi e professionale seguito e dalla modalità di interazione durante il dialogo, qui no.
In definitiva, quindi, le IA sono e saranno degli strumenti fenomenali che modificheranno, probabilmente, in maniera radicale il mercato del lavoro ma non saranno sostitutive agli esseri umani, almeno non nel breve periodo, se non nei compiti più standardizzati e routinari ma andranno ad affiancarli portando a un livello superiore l’efficienza e la produttività del lavoro.
C’è però un ultimo punto su cui soffermano tutte le IA interrogate che ho volutamente lasciato per ultimo e di cui avevo già parlato mesi fa in un altro articolo che è la collaborazione uomo-IA parlando di una progressiva integrazione tra l’attività umana e quella artificiale, tra intelligenze biologiche e intelligenze digitali, come se, parlando di uno stretto rapporto lavorativo tra i due mondi, si cominci a pensare a una progressiva integrazione con gli esseri umani come ipotizzava Isaac Asimov già nel 1965 in un’intervista alla BBC quando diceva che i robot avrebbero sviluppato componenti sempre più organiche, mentre noi umani ci saremmo progressivamente trasformati in esseri meccanici. Forse questo, non altri, è lo scenario più inquietante.

