Medio Oriente: se la via della pace inizia da Roma

Giorgia Meloni e Abu Mazen - immagine di repertorio

E se davvero la via della pace in Medio Oriente, in particolare il conflitto arabo-palestinese, passasse da Roma e non da Washington? Anzi, se quel percorso, stretto ma possibile, si riannodasse proprio nella città eterna, mai insensibile alle problematiche di quel quadrante del mondo? La domanda potrà anche sembrare retorica, quasi scolastica nel suo svolgimento, ma i fatti di questi giorni riaprono un capitolo che sembrava congelato, visto che l’Italia ha sempre avuto un occhio di riguardo, se non proprio una spiccata sensibilità, per quella realtà affacciata sul mediterraneo. Procediamo con ordine, dunque.

Il presidente dell’autorità palestinese, Abu Mazen, ieri ha incontrato, in Vaticano Papa Leone XIV. Si tratta del primo incontro tra i due. Durante il colloquio col Pontefice, riferisce la Santa Sede, “è stata constatata l’urgenza di prestare soccorso alla popolazione civile a Gaza e di porre termine al conflitto, perseguendo la prospettiva della soluzione a due Stati”. Il Vaticano sottolinea come l’incontro coincida con il decimo anniversario dell’Accordo Globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, risalente al 2015. I leader dell’Anp si era recato in visita alla basilica di Santa Maria Maggiore per rendere omaggio alla tomba di Papa Francesco, mentre oggi, venerdì 7 novembre, sarà ricevuto dalla premier, Giorgia Meloni. E qui entra in campo la politica, alla quale spetta il compito di dare corpo alle “indicazioni” del Vaticano, mirate a sollecitare una chiara assunzione di responsabilità da parte degli attori in campo.

Sul tavolo dell’incontro fra la Meloni e Mazen, formalità a parte, ci sono i nodi da sciogliere per dare corso alla delicatissima seconda fase del piano di tregua spinto nelle scorse settimane dai presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con Egitto e Qatar. Hamas e le altre milizie palestinesi dovrebbero consegnare le armi – cosa che esitano a fare – e rinunciare dopo 18 anni (e due di guerra “totale” contro Israele) al potere a Gaza. A prendere le redini del governo della Striscia, per lo meno in via temporanea, dovrebbe essere, secondo il piano Trump, un comitato tecnocratico formato da “personalità indipendenti palestinesi”. Su cosa ciò debba significare esattamente si concentrano in questi giorni le trattative internazionali e le interlocuzioni tra le fazioni palestinesi. Compresa l’Anp oggi guidata dall’anziano Abu Mazen, che nel quadro degli accordi dovrebbe sottoporsi a un rilevante processo di riforme che includa anche una transizione interna di potere. Gli Usa promettono in tal caso di includere l’Anp nel futuro governo della Striscia, Israele però si oppone. Uno dei principali leader di Hamas, Moussa Abu Marzouk, ha detto che a seguito dei colloqui con l’Anp sarebbe stato raggiunto un accordo riguardo alla composizione del comitato tecnico chiamato a governare Gaza nella prossima fase, aggiungendo che questo potrebbe essere presieduto da un ministro dell’Anp. Dal governo di Abu Mazen non sono arrivati per ora commenti in proposito.

E questo particolare la Meloni potrebbe chiedere a al presidente palestinese un passo avanti, o quantomeno, un segnale di buona volontà. Il ruolo di mediazione dell’Italia potrebbe essere determinante, al netto dei rapporti con Israele e con l’ala saldamente atlantista della maggioranza di governo. Ma oggi più che mai nessuna posizione esclude l’altra, quando la posta in gioco è una vera tregua, necessaria anticamera di una pace costruttiva per tutti. “il nostro obiettivo è quello di far in modo che la pace si possa rinforzare, c’è questo cessate il fuoco per trasformare la tregua in una vera pace, ora bisogna passare dalla prima alla seconda fase”, ribadisce il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, guardando al futuro del Medio Oriente e all’incontro della premier con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. “Aspettiamo che in fretta Hamas restituisca tutti gli ostaggi che sono morti e poi bisogna procedere con una situazione diversa che permette di rinforzare la situazione attuale”.

L’Italia, ha ribadito il titolare della Farnesina, è pronta a fare la sua parte, e “già in questi giorni una delegazione italiana con l’inviato speciale per Gaza Bruno Archi è stata in Palestina, è stata in Israele, è stata in Giordania, è stata in Egitto e sta lavorando proprio per vedere come poter essere presenti con gli altri Paesi. Vedremo come si concretizzerà la presenza italiana, siamo sempre disposti a incrementare la presenza dei nostri carabinieri, sia Rafah sia Gerico con la formazione, e possiamo pensare anche all’ipotesi di formare la polizia palestinese anche in Giordania, si potrà valutare anche in Egitto, vedremo”. Per Tajani l’importante è che gli attori chiamati in scena siano già in “una fase concreta di dialogo”. E la via della soluzione negoziata, come s’intuisce, non passa solo da Roma, ma inizia qui…

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