GIOVEDÌ 05 FEBBRAIO 2015, 000:03, IN TERRIS

Mattarella, le paure dietro gli applausi

AUTORE OSPITE
Mattarella, le paure dietro gli applausi
Mattarella, le paure dietro gli applausi
giacovazzoTra i 1000 e più grandi elettori che si sono spellati le mani per ben 42 volte durante il discorso del nuovo Presidente della Repubblica, qualche centinaio di loro ha mentito sapendo di mentire. Non perchè Sergio Mattarella non sia da applausi. Anzi, proprio per questo: perchè Mattarella rappresenta, impersona ed è l’esatto opposto di molti politici contemporanei. E ne spaventa parecchi di questi plaudenti, con la sua storia personale limpida e lo stile di vita che è sostanza. Vecchia Panda contro macchinone; sobrietà contro spavalderia e arroganza; foresteria contro residenze di lusso; capelli bianchi contro capelli tinti, talvolta anche trapiantati, incollati e verniciati.

Politico di un altro pianeta, Mattarella. Uno che quando non era d’accordo si è dimesso anche dalle poltrone più importanti, senza guardare in faccia a nessuno. Da ministro del sesto governo Andreotti, nel 1990, lasciò insieme a quattro colleghi della sinistra DC proprio contro il presidente del Consiglio. Motivo del contendere, la fiducia (allora non se ne abusava come oggi) posta sulla cosiddetta Legge Mammì, la legge che consegnò il monopolio della tv privata ad un giovane cavaliere non proprio senza macchia e senza paura. Non a caso Berlusconi aveva messo il veto su Mattarella al Quirinale già nel 2013, quando gli fu proposto in una rosa di nomi da Pierluigi Bersani.

Si dimise da tutti gli incarichi pubblici anche nel 1993, in piena tangentopoli. Un imprenditore siciliano sotto processo diede il suo nome in pasto agli inquirenti nella speranza di ingraziarseli, ma era una bufala. Mattarella fu assolto con formula piena, l’imprenditore condannato. Comunque, le sue dimissioni furono criticate pubblicamente da Francesco Cossiga, perchè in contrasto con quanto fatto da tutti gli altri politici inquisiti.

Fosse anche solo per questo, il Movimento 5 Stelle ha perso l’occasione buona per votare un uomo giusto. L’hanno persa anche in Forza Italia, insieme alla bussola. Non tanto per affinità elettive inspiegabilmente represse, come nel caso dei grillini, quanto per una questione di convenienza politica e di facce da salvare.

Con Mattarella al Quirinale il patto del Nazareno è rotto. Non perchè lo annunci Forza Italia, ma perchè un uomo così non può sottostare ad un accordo mai scritto e mai reso pubblico. Non è il suo modo di intendere la politica. Viene da Aldo Moro la passione di Sergio Mattarella, non ha niente a che vedere con i partiti padronali di oggi. Per questo Presidente la politica non è un palcoscenico per attori autoreferenziali, nè per soggetti con interessi privati in atti pubblici: è impegno civile, servizio pubblico, nel rispetto dei valori cristiani, ma laico. Nel suo discorso del giuramento, non a caso ha ricordato le ferite sociali del Paese, mettendo in luce ciò che nella narrazione dei premier non si sente mai: l’aumento delle ingiustizie, le nuove povertà, l’emarginazione.

Fa paura a molti il Presidente, con quell’imperativo di lotta alla mafia e alla corruzione: sicuramente a quelli che con mafiosi e corrotti ci fanno affari. Un Presidente scomodo, come il fratello Piersanti, ucciso da Cosa Nostra nel 1980, dopo l’elezione alla presidenza della Regione Siciliana.

L’ha voluto Renzi, ma non sarà il presidente di un partito. Se Mattarella proprio deve avere un padrone ci si augura che sia la Costituzione che è chiamato ancora una volta a garantire, dopo i quattro anni alla Corte Costituzionale. Questo significa respingere al mittente le leggi contrarie alla Carta, molto più di quanto non abbia fatto il suo predecessore. E significa anche vigilare sulle riforme, a cominciare da quelle del Senato e della legge elettorale, partorite segretamente al Nazareno. Un sistema bicamerale molto lontano dallo spirito dei costituenti, con un premio di maggioranza abnorme e un parlamento di nominati, favorito da una legge elettorale troppo simile a quella già bocciata dalla Corte Costituzionale. La stessa Consulta in cui Sergio Mattarella era giudice.
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