Mascherine: tra “reale potere protettivo” e “fattore psicologico”

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mascherine

Teorie complottiste, negazioniste e antigovernative a parte, quando i nostri nipoti si interrogheranno su come abbiamo fatto a vincere il COVID-19 e con quale formidabile tecnologia abbiamo arrestato il contagio, molto probabilmente si accorgeranno che l’unico strumento che ha funzionato è stata la mascherina! Che, fra l’altro, è stata la stessa risposta che ci siamo dati quando ci siamo interrogati noi su come si sia potuta sconfiggere “la spagnola” nel 1918! La medicina e le scienze hanno fatto enormi passi in avanti. Biologicamente, chimicamente e tecnologicamente impieghiamo sempre meno tempo per la preparazione di vaccini e/o antidoti. Ma la vera protagonista, seppur in modo controverso, è sempre lei: la mascherina.

Fin da subito sono state criticate le linee guida dell’OMS, che ha dichiarato che le mascherine non servono, a meno che non si sia ammalati o non si stiano curando persone infettate. Ancora oggi la loro utilità continua ad essere messa in dubbio! Ci hanno detto che dovevano indossarle solo i soggetti sintomatici, per salvaguardare gli altri, e che non servivano a coloro “in salute” che avrebbero dovuto, solamente, mantenere il distanziamento sociale di un metro. Allo stesso tempo ci hanno invitato a starnutire o tossire sulla piega interna del gomito.

Sull’argomento “mascherine” e sulla loro utilità c’è un acceso dibattito in corso, tanto che l’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) ha diffuso da poco uno studio sulla bontà dell’utilizzo collettivo delle mascherine per contenere la diffusione del COVID-19, che ha convinto molti Stati a promuovere (o imporre) il loro uso. In Italia le mascherine devono essere obbligatoriamente indossate nei luoghi chiusi, quando ci sono più persone, e nei luoghi pubblici, quando si verifichino assembramenti.

Mascherine igieniche in tessuto per uso non sanitario, chirurgiche, DPI (mascherine FFP1, FFP2, FFP3), N95 e KN95 (simili alle FFP2), filtranti. Cosa sono e a cosa servono (se servono)? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Le mascherine in tessuto non sono dispositivi medici, ma fungono da barriera meccanica contro la propagazione del virus. Vengono prodotte da molte aziende, oltre che da privati, a causa della scarsa offerta e della grande richiesta (e del costo elevato) delle altre mascherine per uso sanitario. Sono quasi sempre in tessuto e rispettano, comunque, le prescrizioni igieniche di prevenzione indicate dall’OMS. Si possono lavare e riutilizzare.

Le mascherine chirurgiche, anche dette “mascherine altruiste”, sono le più diffuse al momento. Vengono, in situazioni di normalità, utilizzate da medici dentisti. Consentono di filtrare, con una capacità del 95%, l’aria che esce da naso e bocca, limitandone molto la diffusione. Funzionano bene, quindi, per evitare la propagazione all’esterno ma non proteggono efficacemente dal virus. Sono “usa e getta” e dopo circa 4 ore di utilizzo devono essere smaltite.

Le mascherine FFP3 e FFP2 sono dispositivi filtranti di protezione. Vengono definite dalla legge “DPI” (dispositivi di protezione individuale) poiché garantiscono di filtrare dal 98% al 92%, rispettivamente, l’aria inspirata ed espirata. “FFP” sta per “Filtering Facepiece Particles”: facciali filtranti contro le particelle, ciò indica che sono state prodotte rispettando la normativa EN 149-2001, che fissa gli standard di efficienza, traspirabilità, stabilità della struttura e di biocompatibilità. La loro dominazione indica la capacità di filtraggio dell’aria. Quelle che garantiscono una maggiore protezione sono quelle senza valvola, che permette di espellere l’aria da chi le indossa, senza filtrarla.

Le mascherine N95 e KN95 sono simili alle FFP2. La loro sigla indica che sono state prodotte e certificate in Cina (KN95) e in America (N95), superando standard di qualità simili a quelli per le mascherine FFP2 europee, ma non uguali. Per poter essere sicuri che questa mascherine abbiano la stessa efficacia delle FFP2, è necessario che sia apposto il marchio CE, che certifica che sono stati condotti test di conformità rispetto agli standard adottati nell’Unione Europea.

Le mascherine filtranti danno una buona protezione, sono riutilizzabili e rispettano l’ambiente. Si trovano da poco in commercio e sono caratterizzate da 3 strati di tessuto ad alta capacità, che formano una barriera filtrante contro batteri e polveri sottili nocive fino al 95%. All’interno hanno dei filtri che durano circa 12 ore e che possono essere sostituiti. Si possono lavare in acqua calda con del sapone neutro e, proprio grazie alla possibilità di sostituire i filtri, sono di lunga durata.

Insomma, la mascherina ormai fa parte della nostra quotidianità e dovremmo averlo capito: ci dovremo abituare a portarla in pubblico nel prossimo futuro. Ci chiedono di seguire il “modello asiatico”, usando abitualmente la mascherina per prevenire questo e ogni altro tipo di contagio, per proteggerci dall’inquinamento e dalle polveri sottili. Per loro, coprire il viso con una mascherina, fa parte della quotidianità, del loro modo di vivere. Qui da noi, invece, indossare la mascherina è un qualcosa di negativo, che sembra far paura, che sembra mettere inquietudine nelle persone. Il mondo ci appare diverso. Lontano, fastidioso, anormale. Non in linea con il nostro concetto di “normalità”. Nessuno è sereno. Che succede se non la indosso? E se non posso acquistarla? E se non dovesse proteggermi?

Vivere guardando “là fuori” attraverso una mascherina ci fa capire che qualcosa è cambiato. Quando prendiamo le chiavi, spegniamo le luci, chiudiamo una porta, ci mettiamo la cintura di sicurezza in auto, dobbiamo ricordarci di prendere anche la mascherina. Ricercatori e psicologi, però, si sono accorti che il loro reale “potere protettivo” viene amplificato anche da un “fattore psicologico”: quando 2 persone con la mascherina si incontrano, istintivamente restano a distanza di circa 1,5 metri. Questo fattore va in controtendenza: la mascherina, di per sé, già dovrebbe proteggerci e consentirci di stare più vicino agli altri. Ma, probabilmente, la visione della mascherina indossata dagli altri ci ricorda che esiste ancora un problema, che tutto non è ancora finito! Che, forse, è meglio stare a distanza. Il virus gioca con noi subdolamente sfruttando, soprattutto, la nostra voglia di stare “vicini”, insieme. E noi, purtroppo, per sconfiggerlo dovremo difenderci stando più distanti e, magari, trovando quest’estate una mascherina che si abbini con la nostra camicia o con il nostro vestitino!

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