Da Mare nostrum a Mare monstrum: così il Mediterraneo è diventato un “cimitero liquido”

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Oggi si celebra la giornata della memoria delle vittime dei naufragi. Il Mediterraneo da molti è stato definito una tomba d’acqua, io direi che è diventato un cimitero liquido. Non è più il Mare nostrum dei romani, ma è il Mare monstrum, è un vero e proprio mostro. Noi facciamo memoria di tanta umanità dolente che è stata, inutile nasconderlo, immolata sull’altare dell’egoismo umano. Se crediamo che la persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio, e che dunque siamo tutti fratelli, parafrasando l’enciclica di Papa Francesco, è evidente che quello che sta avvenendo, e ahimè si sta procrastinando nel tempo, non possiamo stare alla finestra a guardare. E’ un qualcosa che interpella le coscienze di ogni uomo e donna di buona volontà. E’ inutile nasconderselo, non si migra per divertimento, a meno che uno non abbia la possibilità di fare le vacanze all’estero per piacere, per turismo. C’è sempre una ragione che determina questa mobilità umana.

Dobbiamo aiutare l’opinione pubblica, la gente, a comprendere quello che succede oggi in quelle che Papa Francesco chiama le periferie del mondo, le periferie geografiche del mondo. Credo che chi fa informazione, e mi riferisco in particolare alla categoria dei giornalisti, dovrebbe avere l’onesta intellettuale di andare oltre alla cronaca nera degli sbarchi: noi ci soffermiamo su quello che accade sulle coste del Belpaese, a partire da Lampedusa. Sarebbe cosa buona giusta che i nostri telegiornali, i giornali radiofonici, tutto il tipo di informazione che avviene attraverso la rete, mettessero in evidenza le ragioni che determinano la mobilità umana. Su questo aspetto non vi è conoscenza, c’è una sorta di ignoranza da parte dell’opinione pubblica, perché non viene informata.

Non vengono raccontate le guerre dimenticate, non viene spiegata l’esclusione sociale che c’è in questi Paesi, non si conosce, scendendo al concreto, qual è la situazione della Somalia, dell’Eritrea, del Sud Sudan, di molti di quei Paesi di provenienza dei migranti. sono questioni fondamentali. E lo voglio ribadire con molta forza: l’informazione è il primo passo di solidarietà. 

La sfida ancora prima che essere sociale, politica ed economica, è culturale. Ed è per questo che insisto sull’informazione. Noi dobbiamo aiutare l’opinione pubblica a prendere coscienza di quello che è la situazione. E’ evidente che la politica ha le sue grandissime responsabilità. Spesso questo tema viene strumentalizzato per generare consenso, per fini elettorali. Tutto questo non va bene perché è sintomatico di una chiusura rispetto a quello che oggi avviene nel perimetro del mondo globalizzato. La sfida culturale sta nel capire che i problemi delle periferie sono i nostri problemi. I problemi dell’Africa subsahariana sono anche i nostri, ci riguardano da vicino, non viviamo in un mondo a compartimenti stagni. La politica deve andare al di là di una logica sovranistica, dove si guarda solo alla situazione del proprio Paese.

Dobbiamo metterci in testa che è necessario contrastare la globalizzazione dell’indifferenza, vale a dire la cultura dello scarto come dice sempre Papa Francesco, e capire che abbiamo un destino comune. Noi e loro.

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