SABATO 01 AGOSTO 2015, 000:10, IN TERRIS

MANI IMPUNITE

MACARIO TINTI
MANI IMPUNITE
MANI IMPUNITE
tintiAnche i messaggi positivi, almeno nella loro apparenza, qualche volta non lo sono affatto. Anzi rischiano di creare un effetto disorientante. Al punto che lo stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è costretto a inseguire se stesso. E il caso del senatore del Nuovo Centrodestra, Azzollini, è paradigmatico. Il Pd, in Commissione, ha votato sì all’arresto. In aula no, lo ha salvato. E il capo del governo è stato costretto a correre ai ripari. L’inquilino di Palazzo Chigi ha liquidato seccamente il voto che ha salvato l’esponente alfaniano sostenendo che i senatori non sono i “passacarte delle Procure” e che anche i magistrati devono rispettare le competenze del Parlamento il quale si è evidentemente fatto una convinzione studiando le carte giunte da Trani sul caso della “Divina Provvidenza”. Può darsi. La replica del presidente della Giunta delle autorizzazioni, Dario Stefano di Sel, è stata altrettanto ruvida: un giudizio “imbarazzante e superficiale”' che non rispetta i lavori della Giunta (che aveva votato per l’arresto) e nemmeno l’autonomia parlamentare. Dunque anche una buona notizia diventa una pessima notizia.

Il fatto è che la sinistra dem condivide nella sostanza le parole di Stefano: parlare di libertà di coscienza, dice per esempio Alfredo D’Attorre, è “un’ipocrisia” perché tutti hanno avuto la sensazione che si volesse salvare il senatore centrista per motivi politici (non stressare i rapporti con gli alfaniani). Si vedrà come si svilupperanno i rapporti interni con una sinistra che mostra altrettanta fermezza nei confronti del capo del governo, ma l’impressione è che Renzi non possa scartare a priori la via della diplomazia. Come ha lasciato intendere anche Sergio Mattarella (che definisce cruciale per la legislatura il varo di riforme attese da vent’anni e sempre naufragate per i veti incrociati), i margini per una trattativa sulle funzioni di garanzia del Senato e sull’elettività di secondo grado dei senatori ci sono.

Il premier, però, teme che impelagarsi in questo negoziato possa condurlo nella palude (e questa è anche la lettura di Denis Verdini). A fronte di questo quadro, però, è necessario fare un passo indietro, visto che le parole pronunciate da Renzi riecheggiano quelle di Aldo Moro: “Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare”. In ballo c’erano le tangenti dello scandalo Lockheed e il 7 marzo del 1977 aveva avuto inizio in Parlamento il dibattito sulla vicenda. Come è andata a finire lo sappiamo tutti.

E anche negli anni antecedenti Tangentopoli in molti usarono quella formula con scarsa fortuna. Di fronte a certe vicende servirebbe più rigore, se non morale almeno politico.

Matteo Renzi, nonostante ciò, ostenta sicurezza nei confronti della minoranza del suo partito: incassata la prima lettura della riforma Rai, si dice certo di avere i numeri al Senato e non è affatto preoccupato del “segnale politico” che i dissidenti gli hanno recapitato mandando sotto il governo sulla fiscalità del servizio pubblico, il famigerato canone per capirsi. Il sottinteso del premier è chiaro: non teme il fantasma del ritorno anticipato alle urne, evocato in più occasioni dai suoi e dalla sinistra dem, e non intende farsi mettere sotto pressione in vista di un autunno caldo, quando si tratterà di votare a palazzo Madama le riforme costituzionali. E anche il voto sulla Rai da buona notizia diventa un fatto così così.

L’ex rottamatore deve sperare che siano corrette le previsioni dei suoi economisti: finora il Jobs Act non ha aumentato l’occupazione, ma Filippo Taddei spiega che i suoi effetti si vedranno nel secondo semestre dell’uscita dalla crisi (cioè nella seconda metà dell’anno) come avviene in tutti i Paesi avanzati dove il lavoro è l’ultimo a ripartire. Questo sarebbe il vero volano per il governo. Ammesso che le previsioni siano rispettate. Per ora c’è solo la buona notizia di partenza e nulla più, visto che i dati economici continuano ad essere negativi, in particolare quelli dell’occupazione. Intanto Beppe Grillo balla sul mondo: il Pd salva Azzolini, dice, noi apriamo in Sicilia la bretella che consente di aggirare il viadotto crollato sulla Palermo-Catania, finanziato con i soldi derivanti dal taglio dei nostri stipendi. Una buona notizia? Forse...

 
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