Il 5 luglio del 2013, a meno di tre mesi dalla sua elezione, avvenuta il 13 marzo, Papa Francesco pubblicò la sua prima enciclica, “Lumen Fidei” (La luce della fede). L’enciclica, per il vero, dal nuovo pontefice è solo completata e integrata, essendo stata scritta nelle sue linee di fondo, prima delle sue dimissioni, da Benedetto XVI al fine di completare la trilogia sulle virtù teologali, dopo la pubblicazione della “Deus Caritas est”, del 2005, che aveva ripreso un progetto di Giovanni paolo II, e della “Spe salvi”, del 2007.
Lo stesso giorno della pubblicazione dell’enciclica “scritta a quattro mani” Francesco e Benedetto XVI, papa regnante e papa emerito, erano stati ripresi, per la prima volta insieme nei giardini del Vaticano. Lo stesso giorno Francesco aveva autorizzato la canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II.
Il cardinale Marc Ouellet, allora prefetto della Congregazione dei vescovi, scrisse al riguardo: “La Provvidenza ha voluto che questo pilastro mancante fosse un dono del papa emerito al suo successore e, allo stesso tempo un simbolo di unità, recependo e completando l’opera intrapresa dal suo predecessore, la luce delle fede si trasmette così da un pontefice all’altro, come nelle corse nello stadio, grazie al dono della successione apostolica”.
E questo al di là delle differenze di stile, di sensibilità e d’accenti tra Francesco e Benedetto XVI ben evidenti fin dall’inizio del nuovo pontificato. Al di là anche del proposito dichiarato in diverse occasioni da Francesco che qualora anch’egli fosse stata costretto alla rinuncia, per l’impossibilità a assolvere pienamente le incombenze del suo ministero, sarebbe stato non un “papa emerito”, ma un “vescovo emerito di Roma”.
L’enciclica “Lumen fidei”, suddivisa in quattro capitoli, articolati in distinti paragrafi, si sviluppa per 83 pagine; il testo contiene frequenti rinvii, in primo luogo, alla Bibbia e ai Vangeli, per le origini della fede. Sono presenti anche numerosi riferimenti a Sant’Agostino, Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, fino a Madre Teresa ma anche a personalità laiche del mondo moderno, come Rousseau, Nietzsche, Dostoevskij, Wittgenstein. Anche per dimostrare che alcuni percorsi sono errati o inducono l’uomo moderno, capace di ragionare e creare, a rivolgersi, in alcuni casi, agli idoli. Con la conseguenza che, concentrandosi su se stesso, corre il rischio di separarsi da Dio.
Frequenti e ampi sono i richiami al Concilio Vaticano Secondo e alle sue costituzioni. I temi affrontati nell’enciclica concernono i rapporti tra fede e scienza, fede e ragione, fede e sacramenti, fede e famiglia. Il primo capitolo, “Abbiamo creduto nell’amore” ricostruisce i fondamenti della fede cristiana, da Dio Padre a Cristo Mediatore e Salvatore, morto e risorto per l’umanità. Il Dio della fede di Israele “non è un Dio estraneo, ma colui che è l’origine di tutto e tutto sostiene”. E il suo amore “ha i tratti del padre che sostiene il figlio lungo il cammino”. Nella fede dei cristiani, “Cristo non è solo colui in cui crediamo – la massima manifestazione dell’amore di Dio – ma anche colui al quale ci uniamo per credere”. Nel secondo capitolo, “Se non credete, non comprenderete” si sottolinea il legame tra fede e verità, ma anche tra fede e ragione. La fede in Dio è quindi definita principalmente come “la verità dell’amore”. Ne consegue che non si tratta di “una verità che si impone con violenza”. È una verità che “non schiaccia l’individuo” e invita al dialogo.
“L’incontro tra il messaggio evangelico e il pensiero filosofico del mondo antico è stato un passo decisivo affinché il Vangelo raggiungesse tutti i popoli. Ha favorito una feconda interazione tra fede e ragione, un’interazione che ha continuato a svilupparsi nel corso dei secoli fino a oggi”. A partire anche da questa esperienza primigenia deve essere incoraggiato e praticato il dialogo tra cristiani e mondo, con credenti di altre religioni e anche con gli atei.
Nel terzo capitolo, “Vi trasmetto ciò che ho ricevuto”, l’enciclica si concentra sull’importanza dell’evangelizzazione, che per la Chiesa si fonda sul principio che “Chi si è aperto all’amore di Dio, chi ha ascoltato la sua voce e ha ricevuto la sua luce, non può tenere questo dono per sé”. All’opera missionaria sono chiamati tutti nella Chiesa, in quanto “è impossibile credere da soli. La fede non è semplicemente una scelta individuale che il credente fa nel suo intimo; non è una relazione isolata tra l’io del fedele e il Tu divino, tra il soggetto autonomo e Dio. Per sua natura, si apre al noi e avviene sempre nella comunione della Chiesa”.
Nel quarto e ultimo capitolo, “Dio prepara loro una città”, si prende in esame l’impegno al quale sono chiamati dalla fede i cristiani, perché, “per la sua connessione con l’amore, la luce della fede si pone concretamente al servizio della giustizia, del diritto e della pace”.
In questo capitolo finale dell’enciclica, nel quale, plausibilmente più forte è l’apporto di Francesco, sono affrontati i temi della famiglia, della “fratellanza umana universale”, della “dignità peculiare di ogni persona” e del rispetto per la natura che “ci aiuta a trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità e sul profitto, ma che considerino il creato come un dono di cui tutti siamo debitori”.
Questo passaggio è quasi il preannuncio della “prolungata riflessione, gioiosa e drammatica insieme” della seconda enciclica di Francesco, “Laudato sì”, il cui sottotitolo è “sulla cura della casa comune”.
Per concludere un’ultima citazione dal paragrafo finale dell’enciclica di Benedetto XVI/Francesco, che ne costituisce quasi una sintesi estrema: la fede è necessaria per unire l‘umanità e “non si configura solo come un cammino, ma anche come l’edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme”.

