L’origine dell’attuale crisi in Medio Oriente

Politica internazionale. Foto © Vilius Kukanauskas da Pixabay.

Nessuno saprà dire quanto durerà questa ennesima guerra sciagurata che, sconvolgendo il Medioriente, questa volta rischia di coinvolgere l’Europa e l’Occidente tutto. Anche quando fu dell’Ucraina veniva molto facile immaginare che i russi potessero aver ragione degli avversari nel giro di poche settimane (loro ne erano profondamente convinti), e invece quattro anni son passati e loro sono ancora lì, a mille morti la settimana. In questo caso, poi, pesa anche il precedente infausto dell’Iraq, che tanto torna in mente se si considera la bufala spacciata allora da Tony Blair a Westminster (quella secondo cui i missili di Saddam Hussein avrebbero potuto colpire Londra in qualche decina di minuti) e la facilità con cui è stato tentato di aggiornarla in merito all’Iran. Nihil novi.

Trump e Netanyahu non hanno molto tempo a disposizione, per regolare i conti con Teheran: le rispettive opinioni pubbliche sono stremate dalla manifesta inconcludenza dimostrata finora dalla politica delle maniere forti. Avevano detto già a giugno che l’Iran era in ginocchio, ora hanno dovuto ammettere con i fatti che non lo era affatto. Soluzione rapida, quindi, oppure in autunno potrebbe esserci un bagno di sangue, questa volta elettorale. Più il conflitto si allarga, però, più se ne allontana la soluzione; loro lo sanno e chissà se si fermeranno prima di arrivare sulla piana di Megiddo.

L’attacco all’Iran resta una violazione delle norme più elementari del diritto internazionale. Anche Saddam Hussein era un orribile dittatore, vero, ma l’averlo eliminato contro la legge ha provocato solo altri lutti e tragedie. Non si crea la giustizia comminando la pena di morte, nemmeno al peggiore degli assassini. Diremmo semmai che questo conflitto trova la sua scaturigine proprio in quello del 2003: fu allora che si riaprì la questione delicatissima dei confini mediorientali e fu allora che gli Usa e chi li seguì privarono di ogni legittimazione le Nazioni Unite, distruggendo il multilateralismo. George Bush padre, uomo della vecchia scuola, nel 1991 aveva atteso ben nove risoluzioni del Consiglio di Sicurezza prima di scatenare la furia del Generale Schwarzkopf.

In altre parole, questa guerra rappresenta il frutto più maturo di una evoluzione delle relazioni internazionali iniziata dopo l’11 Settembre. È un frutto avvelenato: il mondo non è migliore di allora, e nemmeno più sicuro. Bin Laden riderebbe pieno di delizia, se fosse ancora vivo. C’è però una differenza e rischia di non essere da poco. Non alludiamo al ruolo dell’Europa, che pure consideriamo meglio di quanto non faccia la maggior parte degli osservatori in queste ore. Alludiamo ad un fenomeno che riguarda l’opinione pubblica americana, motore immobile e talvolta passivo della proiezione internazionale della Casa Bianca.

Le ultime elezioni presidenziali hanno visto, per la prima volta, il manifestarsi di un fenomeno nuovo e inatteso: l’emergere di una presenza identitaria dell’elettorato arabo e musulmano. Ne hanno fatto le spese Biden e soprattutto Kamala Harris, accusati entrambi di essere troppo filo israeliani pur di fronte al dramma di Gaza. Condannando i candidati democratici, questo fronte ha fatto vincere il peggior nemico della sua causa, Donald Trump. Però da allora questo fronte ha dimostrato di avere le idee meno confuse e un peso più incisivo, arrivando ad eleggere un proprio esponente nientemeno che alla carica di sindaco di New York. Superando quella doppia divisione che invece indebolisce oltremisura il mondo islamico in Medioriente: quella tra le leadership nazionali arabe e, in particolar modo, quella millenaria tra le sette islamiche.

I musulmani americani sono in stragrande maggioranza sunniti, come nel resto del mondo, mentre l’Iran è la nazione portabandiera della setta sciita. Certe differenze sono ben conosciute anche Oltreoceano, ma qui sono giunte più attutite e la circostanza permette l’emergere di un comune sentire: oggi sulla guerra, domani chissà su cosa. Un sunnita americano che vede Trump e Netanyahu prima seminare morte e distruzione a Gaza e poi attaccare un asilo in Iran non pensa immediatamente alla Battaglia di Kerbala, ma ad un premier israeliano appoggiato dagli ultraortodossi che, con l’aiuto di chi già l’ha aiutato a Washington, colpisce gli iraniani perché li considera nemici naturali. E loro sono nemici naturali perché musulmani, come musulmani sono i libanesi su cui Israele tenta nuovamente di imporre il proprio controllo. A questo punto poco importa che i missili iraniani colpiscano gli emirati del Golfo Persico: se ci sono ambienti del mondo arabo considerati con sospetto dagli altri, questi sono proprio le corti emiratine.

Prepariamoci, allora: sta prendendo sempre più forma – grazie alla miopia politica delle leadership israeliana e statunitense – un nuovo centro di potere americano. È ancora presto per sapere se metterà radici, anche se le premesse ci sono tutte. Dovesse avvenire, le conseguenze saranno incalcolabili.

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