Lo sfratto della politica

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La vicenda di Tor Sapienza a Roma dovrà far riflettere a lungo la politica e la classe dirigente. Al di là del dato di cronaca ci sono accumulazioni ormai insostenibili di sofferenze, disagi e povertà senza confini di razza o di luogo. In Italia si possono contare dieci, cento, mille Tor Sapienza: non nella stessa dimensione, certo, ma uguali nell’analoga drammatica condizione di abbandono. Sorte da un incredibile mix di superficialità, impotenza e incapacità di gestione che ha prodotto solo frustrazione, dolore e ribellione.

Ma una lettura non superficiale del fenomeno nota che non c’è in atto una guerra tra disperati, se non in misura molto ridotta. In realtà le urla di rabbia di questo mondo hanno come obiettivo principale la politica, innanzitutto. Cieca e ignorante di fronte al dramma. Perché con la crisi economica i deboli, i poveri, gli emarginati e i più fragili socialmente oggi sono molti di più. Il governo pubblico, invece, in ogni livello di decisione si ritira, osserva i problemi se e quando vuole mentre resta, comunque, in attesa, quando non si fa scudo della carenza di risorse economiche per legittimare la propria inazione. Continua, tuttavia, a esercitare potere.

Lo schema, però, come si è visto non può più reggere. Le vittime inascoltate hanno detto basta: nessun politico ha avuto diritto di speculare sulla ribellione di chi chiede soltanto una vita dignitosa, decente, così come la garanzia dei requisiti minimi di convivenza nel territorio. Le difficoltà sociali ormai attraversano persone, categorie e livelli di reddito con l’impeto di un’alluvione inarrestabile.

I riferimenti e i modelli, compresi appunto quelli politici, sono dunque saltati. Tutti, probabilmente, o quasi. Possono e anzi devono restare – ultima garanzia di tenuta disponibile – gli approdi sociali certi, sicuri, solidi. Le parrocchie, le associazioni di volontariato e di sostegno autentico, senza fini di consenso, le istituzioni davvero vicine ai cittadini, come poliziotti e carabinieri: tutti soggetti privi di finalità di potere, desiderosi solo di garantire dignità al vivere collettivo.

Certo è che il livello dei bisogno sociali è diventato così pressante da essere indisponibile a qualunque proposta che non sia concreta, fattiva, urgente ed efficace. Ecco perché la politica non ha più alibi: rischia di essere cacciata, tutta, da un’ondata di insofferenza che riguarda il comune sentire di una società. Non ha più scuse, peraltro, nel non vedere la devastante incuria in cui ha lasciato allo sbando quote sempre più grandi di territorio rinunciando alla responsabilità di gestione della cosa pubblica.

Il potere politico e quello burocratico sono ormai sotto esame: certo, non si indeboliscono d’un colpo stratificazioni annuali di gestione, relazioni e soprattutto di cultura, prassi e visione dove prevale, spesso, l’interesse personale davanti al bene pubblico. Ma il tempo della rendita di posizione sembra ormai finito: come reclamano le sacrosante istanze inascoltate degli ultimi, di coloro che hanno visto finora riconoscersi ben pochi diritti.

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