Libia: quegli interessi nascosti

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Diversi investigatori dicono che il contrabbando del petrolio e degli essere umani aveva mantenuto stabile un’area instabile, pronta a deflaglare in qualsiasi momento. I libici, soprattutto quelli di Tripoli, da subito erano stati contrari alla nomina del presidente Fayez al-Serraj, sembrato più interessato ai rapporti con le potenze estere che ai gravi problemi interni del Paese. 

A rendere ancor più caotico lo scenario libico ci hanno pensato, poi, le manovre di alcuni governi europei. La Francia, ad esempio, punterebbe a creare un esercito nazionale, fornendo mezzi e logistica al generale Khalifa Haftar, rivale di Serraj proteso a rafforzare il suo potere con le milizie e in standby, in attesa di eventi futuri. 

In Italia il precedente governo aveva battuto due strade per arginare il flusso migratorio. L’ex ministro dell’Interno aveva trattato col governo di accordo nazionale, ignorando il focolare sottostante sempre acceso e ostile. Non nei confronti dell’Italia ma del presidente al-Serraj, reo di non condividere nulla col popolo (con gli anziani soprattutto), che lo accusa di decidere tutto da solo. Risultato? I tricolori bruciati a Tripoli quando il premier libico, durante il viaggio nel nostro Paese, aveva assentito a una missione italiana in Nord Africa. 

Nel frattempo il figlio di Gheddafi si dice stia mantenendo forte l’ascendente sul popolo, pronto a prendere il potere quando lo riterrà oppurtuno. Il problema, per lui, sarebbero i francesi, che hanno provocato la caduta del padre ed esercitano una forte influenza sul Maghreb, sfruttando la situazione di profonda instabilità dell'area. Instabilità che apre le porte alla crisi migratoria, la quale mette sotto pressione i Paesi costieri del Mediterraneo, a partire dall'Italia.

E qui occorre aggiungere una cosa: le restrizioni sugli sbarchi adottate dal governo italiano nella persona del Ministro Salvini hanno ridotto il traffico di armi e droga attraverso il Mediterraneo. I soccorsi in mare, infatti, distraggono le operazioni di polizia e quindi i controlli. 

Sulla Libia ci sono, poi, gli interessi delle mafie, comprese quelle italiane, foraggiate anche dal contrabbando di petrolio, al pari delle locali milizie, apartitiche ma unite in nome del denaro e spesso soggette al ricatto del terrorismo islamico. Il gioco dura da tanto tempo ma ora qualcuno dei locali (compresi i tripolitini) si è accorto di non guadagnarci abbastanza.

Una situazione incandescente deflagrata la settimana scorsa, quando nella capitale nordafricana sono stati sparati i primi colpi. Il seguito è la cronaca degli ultimi giorni: tregue violate e sangue. Con l'Occidente a fare da spettatore e a chiedere insistentemente la fine delle ostilità. Forse qualcuno però anche in Europa ha bisogno di questo caos ? Per molti altri resta una situazione d'impotenza figlia degli errori di lettura, di strategia, dell'incapacità di porre un freno a quegli stessi interessi che oggi rischiano ancora una volta di trasformare la Libia in un nuovo inferno. 

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