Sabato 4 luglio, mentre il mondo non avrà occhi che per l’America dei Mondiali e delle ricorrenze, Papa Leone sarà molto lontano, e molto vicino, al suo Paese. Molto lontano perché lo avevano invitato ad essere – letteralmente – della partita, ma lui ha educatamente risposto col diniego; molto vicino perché a quel Paese che i natali gli ha dato, come anche molto della sua visione del mondo, il Pontefice va a ricordare quel che era, quel che dovrebbe essere, quel che sarà. Sempre che, nel frattempo, non perda la sua stessa anima.
Invece di essere a Washington a fare da orpello ad una autoesaltazione solipsistica mascherata da celebrazione nazionale, Prevost ricorderà da distante che quegli Stati Uniti fieri dei loro 250 anni di indipendenza sono stati, sono e dovranno continuare ad essere terra d’accoglienza. Lo farà da Lampedusa: isola che, come già fu Ellis Island, rappresenta il punto d’attracco alla Terra Promessa per migliaia e migliaia di disperati. Con i loro dolori, i loro traumi, i problemi che portano e quelli che possono aiutare a risolvere. Nessuno spirito romantico, in questo viaggio alle porte dell’Europa, nessun buonismo, ma una doppia consapevolezza. I migranti, innanzitutto, sono persone umane titolari di diritti e doveri e non numeri. Secondo: sono forza, pluralità, energia. Certo, i problemi che possono creare sono enormi, ma l’America sta lì a ricordare che possono essere superati, o almeno affrontati, e che alla fine il saldo può tranquillamente essere positivo.
Ce lo siamo detto e ridetto mille e mille volte, da quando è apparso il primo barchino all’orizzonte del Mediterraneo. Eppure questo viaggio di Prevost serve a ricordare. A ricordare non solo che Francesco – figlio di migranti egli stesso – a Lampedusa compì il suo primo pellegrinaggio apostolico. A ricordare, paradossalmente, che esistono i migranti.
Sì, perché un Occidente che tende a scordarsi persino di Gaza e dell’Ucraina, non ci ha messo un attimo a mettere da parte il tema, magari per affrontarlo esclusivamente dal punto di vista della sicurezza (approccio giusto, ma assai parziale). Nonostante i dati – sempre i numeri, sempre loro – dicano che, rispetto ad un anno fa, il flusso non diminuisce: 30.000 nel 2025, 14.300 fino al giugno 2026. È che in Europa stiamo imparando a nasconderli sotto il tappeto, i migranti, magari in qualche centro lontano dagli occhi e lontano dal cuore, dove gli invisibili resteranno tali per anni: anche i laureati, anche gli eccellenti, anche gli innocenti. La misura della nostra debolezza sta proprio in questo: non riusciamo a controllare, verificare, distinguere. Quindi cancelliamo e cerchiamo di dimenticare. Esattamente così inizia il declino delle nazioni.
Certo, è più facile mettere un muro o un blocco navale. Ma Leone XIV a Lampedusa questo ci ricorda: che i cattolici, specie nel profondo degli Stati Uniti, quando arrivavano venivano considerati seguaci eterodiretti di una teocrazia arretrata e oscurantista (si vadano a leggere le lettere ai Presidenti Hoover e Coolidge conservate nei National Archives di Washington: noi le abbiamo viste). Adesso sono la spinta morale di un Paese che legittimamente celebra il proprio 250esimo magnifico compleanno.
Auguri, America figlia di migranti. Te li facciamo da Lampedusa che, anche se forse non lo sa, anch’essa è terra di speranza e di opportunità.

