Leone XIV compie 70 anni: come comprendere il mosaico della sua vita

Washington
Papa Leone XIV (@ Vatican News)

Leone compie settant’anni: dunque si può parlare di papa giovane. Quando è stato eletto sapevo poco di lui. Così ho trovato importante definirlo dentro di me. Chicago, la sua città di nascita e Chiclayo, la diocesi peruviana che ha guidato dopo essere stato a lungo missionario in Perù, non hanno affermato la definizione di “primo papa panamericano”. Sarebbe un’espressione sbagliata?

Per prendere questo come spunto di riflessione su di lui parto da un’ovvia premessa: se lo si può considerare il primo papa panamericano è anche perché oltre a essere statunitense è anche peruviano, visto che ha scelto di diventare missionario in Perù, vi ha vissuto dal 1985, appena trentenne fino alla fine del secolo e poi dal 2014, quando papa Francesco lo ha rimandato in Perù, vescovo appunto. Tutti poi sappiamo che ha avuto due passaporti e quindi due cittadinanze. Ma al di là dei dettaglia è il discorso di chi siamo che mi sembra importante, per tutti.

Certamente per parlarne sarebbe importante anche soffermarsi sulla sua storia di agostiniano, per dodici anni priore generale, ma non sono certo io a poter parlare di un grande di tutti i tempi come Sant’Agostino e degli agostiniani, ma dell’America, da Chicago a Chiclayo, qualcosa va detta, cercata, capita. La Repubblica ha scritto di Chiclayo quando il suo ex vescovo, Robert Francis Prevost, è diventato papa, presentandola così: “La città in cui il Papa è stato a lungo prima missionario e poi vescovo, in un Perù meno turistico dove la vita lenta si mescola alle tradizioni, alle testimonianze di ricche civiltà del passato, ad una natura rigogliosa bagnata dall’Oceano Pacifico e ad alcuni animali rari, introvabili altrove”. E’ la quarta città del Perù, circa un milione di abitanti, conosciuta, ci dice anche Wikipedia, come la “città dell’amicizia”, nel Paese di tutte le stirpi. E’ interessante notare che di quegli anni alcuni hanno ripreso un’immagine di Robert Prevost con gli stivaloni che aiuta a spalare dopo un’alluvione. Mancava poco al suo trasferimento a Roma, dove Francesco lo chiamava per guidare la congregazione dei vescovi,  e quell’alluvione fu tremenda. Lui non esitò ad aiutare, un gesto che fotografa la sua storia episcopale, come la scelta di affidare, poco dopo il suo insediamento, ad un laico la cura della pastorale diocesana. Il dettaglio sull’alluvione non conta solo per capire lui, ma anche Chiclayo, famosa per aver sviluppato sin dall’antichità un sistema di ingegneria idraulica e di irrigazione definito eccellente.

Forse ora è il caso di ricapitolare la sua storia peruviana seguendo la biografia ufficiale: ebbe una prima esperienza in Perù, a Chulucanas, nella regione di Piura, tra il 1985 e il 1986, quando non aveva ancora terminato gli studi. Quindi, nel 1988, raggiunse la missione di Trujillo, come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. Nell’arco di undici anni ha ricoperto gli incarichi di priore della comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998) e nell’arcidiocesi di Trujillo di vicario giudiziale (1989-1998) e professore di Diritto canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo”. Al contempo gli è stata anche affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, eretta successivamente parrocchia con il titolo di Santa Rita (1988-1999), nella periferia povera della città, ed è amministratore parrocchiale di Nostra Signora di Monserrat da 1992 al 1999. Poi vescovo, come detto, dal 2014.

E Chicago? Grazie al Chicago Sun-Times chiunque ha letto appena è stato eletto che è nato al Mercy Hospital tra la 25esima strada e Prairie Avenue. La sua storia però comincia a Dolton, sobborgo della periferia meridionale, dove la sua famiglia era andata a vivere e dove è cresciuto. Andando a leggere i documenti del tempo Alessia Fusillo ha scritto che “i cattolici che si trasferivano lì di solito approdavano alla St. Mary of the Assumption, all’estrema periferia meridionale di Chicago, a cavallo del confine con Dolton”. Chi ci andava lasciava la città alla ricerca di condizioni abitative migliori. E’ questo dunque l’ambiente in cui è cominciata anche la storia ecclesiale di Robert Prevost. E’ Dolton il luogo della sua formazione. Ma è impossibile non ricordare la Chicago, di cui tanti hanno parlato, degli anni della sua giovinezza, quella del ’68 e anni immediatamente successivi, famosa per la mobilitazione contro la guerra in Vietnam, per i diritti civili. Nel ’68 Robert Prevost aveva appena tredici anni, la sua ordinazione diaconale risale al 1981, la guerra del Vietnam è finita nel 1975, quando lui aveva vent’anni. Quale impatto può aver avuto quel tempo, quel clima, sulla formazione di un giovane che proprio allora arrivava alla maggiore età? E la scelta di partire missionario, in Perù? Il giovane agostiniano ha scelto prestissimo la via missionaria, facile capire che erano passati appena quattro anni dalla sua ordinazione diaconale, tre da quella sacerdotale. Ma il lungo tempo trascorso in quel Paese ci spiega perché abbia avuto la doppia cittadinanza: definirlo il primo papa panamericano forse non è sbagliato e andrebbe fatto ricordando che appena eletto interruppe il suo presentarsi ai fedeli, in italiano, per dire alcune frasi in spagnolo.

La vita, gli accadimenti che ci accompagnano, hanno contato per tutti, basta pensare all’influenza che hanno avuto sugli ultimi papa, Benedetto e Francesco; sarà così anche per Leone, e credo che questo sia un aspetto importante. Un papa panamericano? Il tema è stata trattato da Bruno Desidera su SettimanaNews, in termini convincenti: “Se papa Francesco aveva più volte usato l’immagine del “poliedro”, per descrivere la Chiesa, i cardinali hanno eletto un papa che è un “poliedro vivente”: nato nel cuore degli Stati Uniti, a Chicago, da padre francese di origini italiane, e da madre spagnola, dopo aver studiato nel suo Paese e aver maturato la vocazione, entrando nell’ordine agostiniano, ha studiato a Roma, ha proseguito la sua esperienza religiosa e pastorale in Perù. Quindi, la guida del suo ordine, come priore generale, con uno sguardo rivolto a tutto il mondo; un’ulteriore esperienza peruviana, come vescovo di Chiclayo, nel nord del Paese; infine, l’incarico in Vaticano, delicatissimo, anche in questo caso di dimensione “mondiale”, essendo stato chiamato a “occuparsi” dei vescovi.  Ancora, tante volte papa Francesco ha esortato a “gettare ponti”, non a costruire muri. E ci troviamo di fronte a un “ponte vivente”, a una figura che, per la sua biografia, oltre che per il suo pensiero, unisce le “due Americhe”, proprio nel momento in cui la politica dei muri e delle deportazioni vorrebbe, invece, allontanarle”.

Ma è questo il punto del testo di Desidera che colpisce e che ritengo  vada meditato: “In questo complesso e affascinante Paese, atterra, per la prima volta da giovanissimo prete, a metà anni Ottanta, il “gringo” Robert Prevost. Il suo carisma agostiniano, basato, tra l’altro, sul primato dell’unità e dell’armonia degli amori, affronta, dalla periferia, le fratture, le ferite, le ingiustizie, cui ho fatto cenno. Oltre a queste, in Perù, il giovane Prevost trova, anche, pratiche pastorali e popolari realmente evangeliche, e portatrici di una “liberazione” che vuole essere integrale, e incarnata nella storia. Trova un pensiero teologico, messo a punto da padre Gustavo Gutiérrez, osteggiato in Occidente, perché sospettato di simpatie marxiste e rivoluzionarie, mentre, invece, è frutto maturo di una fede vista con gli occhi degli ultimi, dal “rovescio della storia”, come scrive lo stesso Gutiérrez. A distanza di decenni, si può dire che, in Perù, il tentativo teologico di Gutiérrez si sviluppa ed emerge da esperienze di base in diversi ambienti, e ha accompagnato queste stesse esperienze, contribuendo al loro sviluppo pastorale concreto. La sua sistemazione teorica non è una speculazione a tavolino, né una “scuola teologica”, piuttosto uno sforzo di riflessione serio e fedele al Vangelo e al magistero sociale al servizio della pastorale, simile a quello che fecero, in Argentina, il gruppo di preti “villeros” accompagnati da Lucio Gera e Juan Carlos Scanone, con la “teologia del popolo”, a cui è stato debitore papa Bergoglio. L’attività pastorale a Chulucanas di padre Prevost coincise con l’impegno nel progetto pastorale agostiniano di inserimento nella vita contadina della provincia di Piura, vicina a Chiclayo, in coerenza con la “nuova immagine di diocesi”, sulla quale si operava e si rifletteva in quel periodo. Si tratta di una delle fonti feconde di esperienza, alle quali papa Leone XIV ha potuto attingere. Per certi aspetti, si potrebbe parlare di un’anticipazione di quello stile sinodale che è emerso in questi anni ed è stato proposto a tutta la Chiesa”.

Già presentandosi ai fedeli il giorno della sua elezione, Leone XIV parlò di Chiesa sinodale! E poi tante volte di Chiesa missionaria, come la sua vita, la sua visione estroversa di Chiesa, come la Chiesa in uscita di Francesco. Alla fine la mia impressione è che la sua gioventù americana andrebbe meglio conosciuta, per comporre il mosaico di Leone occorre conoscere anche il giovane Prevost, dei suoi genitori sappiamo un po’ (immigrati, sempre presenti in parrocchia): un mosaico nel quale il Paese di tutte le stirpi però non può che contare, credo quanto quello di nascita.

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