Legge di Bilancio 2026: perché potremmo definirla una “manovra light”

Foto © Sara Minelli (Imagoeconomica)

“Sono favorevole alla riduzione delle tasse sotto ogni circostanza e con qualunque scusa, per ogni ragione, non appena sia possibile. Il motivo è perché credo che il problema centrale non siano le tasse, il problema centrale è la spesa. La domanda è ‘come tieni a bada la spesa dello stato?’. L’unico metodo efficace per tenerla a bada è controllare gli introiti dello stato. Il metodo per fare questo è tagliare le tasse” diceva un tempo Milton Friedman. Questa è una delle promesse che ogni coalizione di centrodestra presenta in campagna elettorale. Spesso, però, rimane lettera vuota. Seppur l’approvazione della bozza di Legge di Bilancio 2026, avvenuta in Consiglio dei Ministri venerdì 17 ottobre, abbia mostrato uno scenario inedito con una previsione di una manovra che potremmo definire “light” rispetto a quanto gli scorsi anni ci avevano abituato, il peso è di “appena 18 miliardi di euro”, questa ha dato adito a numerose critiche.

Per sgombrare il campo da ogni fraintendimento diciamo subito che questa bozza è stata pensata in un’ottica di prudenza e di sostenibilità pluriennale, così come previsto dalla riforma del Patto di Stabilità europeo approvato lo scorso anno. Anche i futuri esecutivi, quindi, non potranno più basare la propria azione di finanza pubblica sul deficit e su un orizzonte di breve periodo annuale ma dovranno focalizzarsi sulla spesa e su una programmazione pluriennale non modificabile salvo in caso di cambio di maggioranza di governo. La cosa sembra andare proprio nell’ottica di quanto indicato nella citazione di Friedman riportata in incipit. Il focus è sulla spesa che non potrà più essere aumentata al bisogno tramite deficit e gestita in maniera diretta: o tagliando quanto non necessario o aumentando le entrate. Così, responsabilmente, si è mosso il ministro dell’economia Giorgetti in maniera corale con tutto il governo. Questa scelta si inserisce in quel recupero di credibilità nella gestione finanziaria che ha portato ai recenti upgrade da parte delle agenzie di rating. Arrivando addirittura a recuperare la A da parte di DBRS Morningstar il 18 ottobre 2025. Fin qui tutto bene ma cosa stona in quanto previsto finora?Diciamolo subito: il fisco!

Nonostante la riduzione, sempre apprezzabile, di due punti percentuali dello scaglione centrale dell’IRPEF. La misura risulta assai contenuta e di poco impatto, alla fine, sulle tasche degli italiani. Il risparmio massimo è calcolato in 440 euro all’anno, circa 36 euro al mese per chi si avvicini al limite massimo dello scaglione. Questo non cambia certo la vita a nessuno: è poco più di un pranzo al McDonald’s per una famiglia. Se questo fosse arrivato due anni fa si sarebbe potuto definire “un buon inizio”, oggi è, al più, un contentino.

Sicuramente è stata utile la semplificazione della progressività dell’IRPEF a sole tre aliquote ma se prendessimo gli USA ad esempio, con 7 scaglioni, fino ai 50.000 dollari un singolo avrebbe un’imposizione federale del 11,5% e, comunque, non arriverebbe al 18% pur considerando le addizionali dei singoli stati. Certo i due sistemi non sono uguali poiché andrebbe considerato anche l’impatto dell’assicurazione sanitaria che, in ogni caso, non porterebbe a un peso sul reddito pari all’equivalente scaglione italiano ma prendere un modello, non certo perfetto come quello americano, come benchmark permette di capire bene su quali cifre ci si stia muovendo.

Certo la situazione finanziaria non è ottimale per l’Italia, anche se in progressivo e continuo miglioramento, come certificato dalle già citate agenzie di rating, ma dopo tre anni sarebbe stato apprezzabile un intervento ben più mirato sul contenimento e la razionalizzazione della spesa per giungere a un vero e proprio taglio impositivo. Quello che si vede, a conti fatti, oggi sembra quasi un gioco delle tre carte. Il paragone è temerario, certo, ma descrive bene il gioco dei bilancini messo in atto per far quadrare i conti. con un taglio da una parte e un aumento dall’altra, come sull’IRAP per banche e assicurazioni o sull’accisa del gasolio, che porterà, credibilmente, a un aumento complessivo della pressione fiscale il prossimo anno. Ma non dovevano essere tagliate queste accise per arrivare a un prezzo più consono dei carburanti?

Intanto ancora non si sono toccate le “tasse inutili”. Si parla, cioè, di quei tributi il cui incasso non giustifica nemmeno i costi di riscossione, come, ad esempio, la tassa sui lumini o quella sull’ombra, la cui eliminazione sarebbe stata, almeno a livello di marketing, una mossa geniale a costo nullo o, addirittura, con un minimo ritorno positivo a livello contabile.

Poi, è vero che, a giustificazione dell’impostazione, si può, a ragione, indicare che i residui del passato, come il pluricitato superbonus, gravino anche per quest’anno sul bilancio, per un importo più che doppio rispetto a quanto previsto dalla bozza della Legge di Bilancio, ma l’economia di uno stato non si regge solo su meri principi contabili, esattamente come per le aziende, anche e soprattutto sui progetti di crescita e di investimento.

Da questo lato, solo lasciando “più soldi nelle tasche degli italiani”, come recitava un vecchio slogan, si può arrivare a stimolare consumi e investimenti per riattivare il ciclo virtuoso di crescita che, nonostante il PNRR, anche per questioni legate ai mercati internazionali e alla geopolitica, è stato asfittico in questi anni. Non solo in Italia va detto per onestà intellettuale.

In questo senso una mossa, fattibile e da valutare, potrebbe essere l’ipotesi di una detassazione delle tredicesime, oggi tra l’altro escluse da ogni tipo di detrazione o di deduzione, sulla falsa riga di quanto avvenga già per i premi di produzione con una flat tax al 10%. Questo avrebbe un costo stimato di circa 2,5-3 miliardi di euro annui, come da una recentissima simulazione di We Wealth, e potrebbe essere previsto in maniera spot quest’anno e reso strutturale dal prossimo. A sostegno di questa ipotesi le coperture, che rappresentano lo 0,25% della spesa pubblica complessiva, potrebbero venire dalla razionalizzazione di quest’ultima o dall’incremento degli introiti ricalcolando i costi agevolati delle varie concessioni in certi segmenti economici. Come richiesto, tra l’altro, più e più volte dall’Europa.

Va, comunque, detto che i giochi sono ancora aperti. L’approvazione della bozza di Legge apre la strada alla “lunga marcia” che condurrà all’approvazione entro fine anno. Questo richiamo al romanzo distopico di Stephen King non è casuale. Infatti, poiché la realizzazione di quella che una volta era chiamata “la Finanziaria” è di fatto una “gara ad eliminazione”. Sui desiderata delle varie forze politiche. Per giungere a un compromesso credibile e fattibile. Che possa coniugare i provvedimenti necessari a portare avanti il progetto della maggioranza di governo di rilancio e crescita dello Stato. Con le esigenze sempre stringenti di stabilità della finanza pubblica. Qui, però, si entra nell’eterno dilemma tra la scelta di dare priorità alla crescita o al rigore. La “lunga marcia” è solo all’inizio

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