Come potrà essere la legge di bilancio 2022

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Fare una previsione su come possa essere la Legge di Bilancio per il prossimo anno non è esattamente semplice, questo anche perché nonostante i fondi da spendere per il PNRR occorre anche valutare i vincoli di finanza pubblica che, adesso, occorre ricominciare a considerare per evitare delle distorsioni future.

È vero che il premier Mario Draghi non sia un falco “rigorista” e sia conscio che, in questa situazione di crisi, non si possa applicare una cura alla Mario Monti, che nel 2012 spinse l’Italia in una recessione da cui non si è ancora ripresa, ma occorra spendere, o meglio, investire per innescare un processo virtuoso di crescita economica che possa divenire strutturale nei prossimi anni.

Le notizie del tendenziale di crescita del PIL italiano pari a un +4,9% quest’anno, per tornare ai livelli pre-crisi nel 2022 come indica l’OCSE, sicuramente non sono negative ma non possono nemmeno essere un motivo di soddisfazione: già si era fatto notare, qualche tempo fa, che nel 2020 l’Italia è stato uno degli Stati che più abbia sofferto la pandemia, registrando uno dei maggiori crolli della ricchezza di tutto il continente, e il rimbalzo di quest’anno unito alla completa ripresa nella prima metà del prossimo indicherebbe solo che, nonostante tutto, si tornerà a un livello di PIL di oltre 4 punti percentuale inferiore a quello del 2007, anno in cui si aprì la crisi dei mutui sub-prime in USA.

Sì, non è uno scherzo, la ripresa che oggi viene spacciata come robusta, in realtà, è un mero rimbalzo dovuto alla solidità del sistema economico italiano che resiste nonostante il peso di uno Stato vorace e onnipresente e di una crisi pandemica pesantissima: se si pensasse, infatti, al PIL italiano con un valore pari a 100 nel 2007, il ritorno ai livelli pre-Covid significherebbe riagguantare quota 95,7, giusto per far capire gli ordini di grandezza di cui si stia parlando.

Ovvio che queste cifre siano perfettamente conosciute a Palazzo Chigi (forse un po’ meno in Parlamento ma tant’è…) e le intenzioni dichiarate sullo spendere bene, con efficienza e onestà, le risorse che proverranno dal piano NGEU per rilanciare il Paese farebbero pensare a una Legge di Bilancio decisamente diversa da quelle a cui eravamo abituati.

La prima previsione, quindi, è che non ci saranno né aggravi fiscali né nuovi bonus per questo o quello ma le risorse saranno indirizzate ai “cantieri” primari per il rilancio italiano, quindi alla riforma fiscale, al piano infrastrutturale per digitalizzazione, transizione ecologica e mobilità per ridurre i gap esistenti tra molte zone della penisola e il resto del continente e spingere nuovi investimenti sul territorio.

Al di là dei punti inseriti nel PNRR, però, saranno le riforme di “contorno” a fare la parte del leone poiché dovranno essere, per lo meno, impostate prima della scadenza di questa legislatura.

Non è un mero “lo chiede l’Europa” (che comunque è vero) ma si parla di questioni aperte da decenni e che mai sono state affrontate seriamente, per varie ragioni soprattutto di propaganda politica.

La tanto ventilata riforma fiscale, ad esempio, è imprescindibile per via del peso del fisco sui conti di cittadini e imprese non solo direttamente ma anche per via indiretta attraverso i costi necessari per seguire le varie scadenze esistenti e non dimenticare alcun balzello.

Qui, ad esempio, si concentra uno dei punti cardine dell’immobilismo italiano, da un a parte perché la raccolta fiscale serve non solo a far funzionare la macchina statale ma anche per alimentare sacche improduttive di consenso politico o degli ammortizzatori sociali nascosti dietro impieghi pubblici, non sempre, motivati o motivabili; inoltre resta la retorica sull’evasione fiscale, grande leitmotiv di alcuni fustigatori degli “italici costumi” che è diventata, così, una certezza (seppur senza alcuna base reale) in buona parte della popolazione secondo cui dovremmo “pagare tutti per pagare meno” quando in realtà occorrerebbe affermare il contrario, cioè “pagare meno per pagare tutti”.

Questo perché, nonostante una certa narrazione, gli introiti fiscali, negli ultimi 20 anni, sono costantemente aumentati, al ritmo del 1,69% medio annuo, come rilevabile dai dati scaricabili dal sito del MEF; dal 2007 ad oggi, dove abbiamo visto che si sia dipanata una delle più lunghe recessioni della storia, volendo essere ancor più precisi, le entrate tributarie sono aumentate di quasi il 7% per una media dello 0,55% annuo, nonostante il PIL sia calato del 4,3%.

È evidente, quindi, che spazi di manovra per rimodulare, razionalizzare e, financo, ridurre il prelievo ce ne siano, ovviamente senza intaccare i servizi erogati, manca solo un progetto organico su spesa e prelievo che, si spera, possa arrivare a breve.

A lato della riforma fiscale, però, è necessario intervenire anche su altri “cantieri” non infrastrutturali ma, in ogni caso, sistemici come quello della burocrazia e quello della giustizia civile.

Molte risorse, necessarie allo sviluppo, infatti sono drenate da questi settori, cioè da una burocrazia elefantiaca e, spesso, asfissiante (che va anche remunerata) e dalla lentezza della giustizia civile che non permette di avere una reale tutela dei contratti e delle obbligazioni.

Il primo punto va in parallelo al progetto di digitalizzazione dell’Italia che, seppur lentamente, sta andando avanti per permettere una maggiore velocità nei controlli e nelle autorizzazioni, con la creazione di database condivisi e di sportelli unici, capaci di tagliare i costi, finanziari e temporali, di ogni servizio erogato al cittadino dallo stato.

Anche il capitolo giustizia si affianca a questo visto che, oltre alla digitalizzazione, necessita di una rimodulazione dei riti, per snellirli e renderli più efficienti, volta al taglio dei tempi necessari per un’azione di tutela da parte del cittadino che, oggi, ha durate attese di oltre 7 anni (esattamente 2.656 giorni basandosi sull’ultima rilevazione risalente al 2018) e per queste riforme, che sarebbero da definire “epocali”, è necessario stanziare dei fondi, anche ingenti, perché, citando sempre il motto TANSTAAFL di Robert A. Heinlein, “non esistono pasti gratis” e i costi qualcuno dovrà sempre sostenerli.

Partendo da queste premesse, quindi, è credibile che si vada verso una nuova manovra “monstre” di diverse decine di miliardi, questa volta, però, non girate sulle tasche dei cittadini, come con il “Decreto Salva Italia” montiano, né finanziate con scostamento di bilancio, come con i decreti del governo Conte, ma utilizzando i fondi indirizzati del c.d Recovery Fund.

Parafrasando, quindi, il Premier Draghi, che così rispose a Enrico Letta quando ipotizzò una nuova imposta di successione per finanziare nuovi sussidi, “Questo non è il momento di prendere i soldi dai cittadini ma di darli” intendendo in questo modo, però, la necessità di spendere le risorse per finanziare nuovi investimenti e le riforme prodromiche a riagguantare la crescita economica, reale, che da troppo tempo manca nel Paese, come illustrato in precedenza.

Ovvio che un indirizzo del genere rappresenti una sfida di non poco conto, visto l’”assalto alla diligenza” che varie forze politiche opereranno sui fondi oggi a disposizione, soprattutto, per questioni clientelari, avvicinandosi vari appuntamenti elettorali che culmineranno nelle elezioni politiche del 2023. La speranza, che si auspica di vedere realizzata nella presentazione della prossima Legge di Bilancio, è che la responsabilità e una certa visione del futuro possano ergersi sopra i meri interessi a breve termine e che la possibilità di rilancio italiano, data dagli stanziamenti europei per la ricostruzione post pandemica, possa concretizzarsi in un nuovo periodo di sviluppo come avvenne con il Piano Marshall dopo la Seconda Guerra Mondiale.

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