Le rivoluzioni di Bergoglio

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Ottanta ben portati. Sono gli anni che oggi compie Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, nato a Flores, in Argentina, il 17 dicembre 1936 da famiglia di emigranti piemontesi, primo gesuita e primo sudamericano ad ascendere al Soglio di Pietro la sera del 13 marzo 2013, raccogliendo la difficile eredità di Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), che aveva guidato la Chiesa universale dopo il lunghissimo pontificato di ben 27 anni di S. Giovanni Paolo II.

Eredità carica di tensioni, speranze, attese dentro e fuori la Chiesa, che Bergoglio ha affrontato con estrema determinazione fin dai primissimi passi compiuti da Pontefice quando – raccogliendo la raccomandazione, ancora nel chiuso del Conclave, del suo amico cardinale brasiliano Claudio Hummes che gli aveva chiesto subito dopo l’esito del voto di “non dimenticarti dei poveri” – decise di chiamarsi come il Poverello di Assisi, Francesco. Nessuno, prima di lui, nel corso degli ultimi 800 anni di storia, aveva avuto il coraggio di assumere il nome del Santo che ha fatto della scelta preferenziale dei poveri la sua principale ragione di vita (pur provenendo da una famiglia di ricchi commercianti). Scelta difficile e controcorrente, che l’argentino Bergoglio ha messo in pratica con coerenza e lungimiranza facendo pienamente riferimento proprio agli insegnamenti di S.Francesco nei grandi e nei piccoli gesti, in perfetta continuità con quanto aveva fatto negli anni passati a Buenos Aires sia da giovane docente nelle scuole dei gesuiti, che da vescovo e cardinale quando non tralasciava mai di stare in mezzo ai poveri delle favelas, spostandosi con i mezzi pubblici, senza macchina e senza segretario, tenendo ben stretta la sua fedele borsa di cuoio nero che ha portato con sé anche in Vaticano. E che non dimentica mai di portare durante i viaggi apostolici.

Gesti semplici e pieni di significati, come la rinunzia – appena eletto – alla croce pettorale d’oro intarsiata di preziosi diamanti, per tenere ben allacciata al collo la sua “vecchia” croce vescovile di ferro. Come pure la scelta di vivere nell’Ospizio di Santa Marta, in un appartamento di una settantina di metri quadri, rifiutando di abitare nel principesco appartamento papale al terzo piano del rinascimentale Palazzo Apostolico, da dove si affaccia solo la domenica per la preghiera dell’Angelus o per ricevere in udienza le delegazioni ufficiali di statisti e regnanti.

La sua casa vaticana è in Santa Marta, in una sorta di comunità conventuale dove ogni mattina celebra la Messa pronunziando attesissime omelie attraverso le quali è solito far capire, giorno dopo giorno – non solo ai pochi fortunati che hanno il privilegio di assistere alla funzione religiosa – il vero senso delle sue scelte pastorali. Ma accanto ai piccoli gesti – che poi, a ben pensarci, tanto piccoli non sono – Papa Bergoglio in poco più di tre anni e mezzo di pontificato ha messo a segno gesti e segni che stanno scuotendo la Chiesa fin dalle fondamenta, al punto che un osservatore attento, laico, illuminato e, all’occorrenza anche anticlericale, come il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari – col quale condivide una profonda amicizia fatta di frequenti telefonate, visite e non poche interviste – nel suo messaggio augurale per l’odierno compleanno lo definisce “rivoluzionario e profetico”.

Rivoluzionario perché – fin dal primo pubblico intervento quando, chinando la testa, chiese alle migliaia di pellegrini radunati in San Pietro di essere “benedetto” dopo aver pronunciato un affettuosissimo e spontaneo “fratelli e sorelle, buona sera!” – ha fatto subito capire di volere una Chiesa aperta, vicina agli ultimi, ai poveri, ai migranti, a chi soffre. Una chiesa che “va in mezzo alla gente”, “ospedale di campo per aiutare chi chiede di essere aiutato”. E con questa impostazione pastorale ecco i provvedimenti sinodali per la famiglia che hanno aperto ai divorziati risposati l’accesso, caso per caso, alla comunione; la possibilità di perdonare estesa a tutti i preti le donne “sinceramente pentite” che abortiscono; l’abbattimento di muri ed il rifiuto di politiche di respingimento per chi fugge da guerre, oppressioni, violenze, malattie.

Senza tuttavia dimenticare i grandi “gesti rivoluzionari e profetici” compiuti per rivitalizzare il dialogo interreligioso, e per sanare le ferite della Chiesa attraverso il rilancio dell’ecumenismo, che hanno avuto finora due eventi a dir poco storici come l’incontro a Cuba col Patriarca di Mosca Kirill e la partecipazione in Svezia alle celebrazioni dei 500 anni della Riforma luterana. Gesti di dialogo e di fratellanza intervallati anche da frequenti decisi moniti contro tutte le guerre, i mercanti di armi, le violenze contro il creato e l’ambiente, e contro chi uccide, come i terroristi islamici, in nome di Dio. Tre anni e mezzo colmi di senso e di significato compiuti, è solito ricordare Papa Francesco, sulla scia di quel rinnovamento conciliare che, a 50 anni dalla conclusione di Concilio Vaticano II avviato da S.Giovanni XXIII e concluso dal beato Paolo VI, “non è ancora del tutto compiuto”. Buon compleanno, Jorge Mario Bergoglio, giovane ottantenne che non si stancherà mai di guardare al futuro.

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