Le ragioni del protezionismo al G7 della discordia

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Il colpo di scena, alla fine, è arrivato: con un tweet al vetriolo scritto durante la notte, e rivolto polemicamente al suo omologo canadese Justin Trudeau, Donald Trump ha annunciato ieri di non appoggiare più il comunicato finale del G7, che già era parso una dichiarazione vaga all’insegna del compromesso senza una precisa agenda da seguire. Dal 1 giugno negli Stati Uniti sono in vigore dazi su acciaio (tariffa doganale al 25%) e alluminio (barriera al 10%): la giravolta finale di Trump indica che gli Usa intendono proseguire su questa linea. Principale vittima del protezionismo americano si annuncia soprattutto l’industria tedesca dell’auto, con l’economia tedesca che rischia di perdere fra i 5 i 20 miliardi. A causa delle possibili contromisure europee, tutto l’interscambio commerciale euro-americano è però a rischio e molti commentatori puntano il dito contro il Presidente Usa accusato di dividere l’Occidente. 

Il problema di fondo della disputa sul protezionismo trumpiano, su cui pochi sembrano soffermarsi, è che esso tocca due questioni dalle grosse implicazioni morali anche nella ricerca del bene comune: l’equità e la meritocrazia. Il commercio internazionale si fonda infatti sull’assunto ideale che la libera circolazione delle merci, senza barriere tariffarie tra Paesi esportatori ed importatori, favorisca sia i lavoratori che i consumatori. Questo perché, da un lato, il commercio senza dazi sollecita la concorrenza a produrre i beni, i servizi e le merci, favorendo così la creazione di imprese e di posti di lavoro in uno spirito di sana competizione; dall’altro perché a beneficiarne sono gli stessi consumatori, in quanto tale concorrenza ha come effetto economico l’abbassamento dei prezzi.

Tuttavia il cosiddetto villaggio globale è un mondo articolato fatto di Stati e popolazioni con monete diverse e soprattutto condizioni socioeconomiche, leggi ed accordi propri. Se la concorrenza diventa sleale (ad esempio perché in un dato Paese la produzione di un bene ha costi irrisori in virtù di condizioni che altri non hanno), non c’è più equità né meritocrazia e il libero commercio finisce per danneggiare i produttori e i lavoratori di altre nazioni. Anche se i dazi non costituiscono la risposta definitiva, è comprensibile dunque che i Paesi utilizzino questa misura come tutela quantomeno in una data congiuntura per rilanciare la propria produzione interna. Nel suo tweet polemico, d’altra parte, Trump ha ricordato che il Canada di Trudeau applica dazi altissimi contro i prodotti alimentari derivati del latte che vengono importati dagli Usa: misure tariffarie che, come ben spiegato in questi giorni dal “Guardian”, i canadesi non hanno nessuna intenzione di abbandonare proprio perché tutelano bene i propri produttori in questo specifico settore.

Oltre alla giravolta finale che conferma la volontà di imporre dazi sulle merci d’importazione Trump ha affermato a chiare lettere che era necessario riammettere la Russia al G7. Nuovamente, questa dichiarazione di intenti è stata intesa come volontà di dividere il campo occidentale da parte del Presidente statunitense. Anche qui le cose sono in realtà più sfumate: sul piano economico, anche la Russia è infatti uno dei Paesi più penalizzati dai dazi Usa, essendo fra i maggiori esportatori di acciaio e alluminio. Addirittura, il Cremlino sarebbe intenzionato a proporre all’Ue delle contromisure comuni contro la decisione americana. Ciò dimostra che i due orientamenti di Trump riguardano ambiti diversi che non vanno confusi: da una parte la politica protezionista sui dazi per difendersi da tutti, Russia compresa; dall’altra la volontà di far rientrare  Mosca nel consesso G7 nella convinzione che non si possa prescindere dal suo contributo e dal suo punto di vista nella ricerca di soluzioni.

In molti hanno già battezzato l’evento appena concluso come “il G7 della discordia” proprio per la mancanza di intenti comuni che sembra non avere precedenti nella storia dell’Occidente euro-americano. Tuttavia è spesso proprio dal disaccordo, anche aspro, che il dialogo risulta fruttuoso e conduce ad un effettivo compromesso finale. Essenziale risulterà però capire che dietro alla chiusura protezionistica, criticabile quanto si vuole, si nascondono però delle ragioni  legittime – la tutela del lavoro all’interno di un Paese – a cui ogni governante deve prestare attenzione e che restano essenziali nel difficile percorso verso il bene comune.

 

Dario Citati è Vice-Presidente dell’Istituto di Geopolitica IsAG e associato del Centro Machiavelli di Studi Politici e Strategici

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