MARTEDÌ 07 MAGGIO 2019, 00:02, IN TERRIS

Le partite italiane in Medio Oriente

MARCO FRITTELLA
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Medio Oriente
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alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia ha sempre avuto un rapporto privilegiato con i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. I nostri interessi petroliferi rappresentati negli anni ’60 dall’Eni di Enrico Mattei furono incrementati e difesi da una duttilità nei rapporti diplomatici e una capacità di dialogo che non casualmente misero in allarme altre realtà economiche e nazionali, a cominciare dalla Francia e dalla Gran Bretagna, i due più forti paesi colonialisti europei nell’area. Una simile abilità dei governi di Roma si manifestò in particolare nel conflitto arabo-israeliano e israeliano-palestinese. Fino a tutti gli anni ’80 l’Italia fu percepita come un Paese amico di Israele e in ottimi rapporti con i paesi arabi tanto da poter esercitare in più occasioni le preziose mediazioni che ci venivano affidate dalla comunità internazionale. Secondo una certa vulgata mai veramente accertata sarebbe stata proprio questa nostra funzione a tutelarci (il cosiddetto “Lodo Moro”) dai colpi del terrorismo delle fazioni più estremistiche dell’OLP. Fino a tutti gli anni ’80 la politica estera italiana dettata dai ministri democristiani seguì questa linea di mediazione: fu solo in seguito, con i governi Berlusconi, che Roma si sbilanciò a favore di Israele e dei suoi governi conservatori anche se questo non ci fece perdere del tutto il ruolo conquistato in decenni di discreti negoziati.

Un danno grave ci venne, su un altro fronte, dall’iniziativa franco-britannica del 2011 in Libia per defenestrare con i bombardamenti il regime di Gheddafi con il quale invece proprio i governi berlusconiani avevano stretto rapporti molto intensi, riuscendo a superare le vecchie polemiche sul risarcimento dei danni di guerra più volte richiesto dal Colonnello. Sarkozy e Cameron, con la loro azione in cui finirono per trascinare noi e altri Paesi, non ottennero altro risultato che la destabilizzazione del Paese tuttora in atto almeno in parte, con pesanti ripercussioni sui nostri interessi e sul nostro legame storico con quel Paese. Ecco i due scenari con cui la Farnesina di oggi deve confrontarsi.

Quanto alla Libia, la visita-lampo del presidente Al Serraj a Roma è servita a rafforzare il nostro appoggio al governo sostenuto dalla comunità internazionale nel momento in cui l’offensiva del generale Aftar segna il passo. La partita libica per noi è strategica: sia perché da una prolungata fase di disordine non possono che venirci nuovi problemi (ripresa degli sbarchi, possibili infiltrazioni terroristiche) sia perché dobbiamo a tutti i costi difendere la nostra influenza e le nostre postazioni petrolifere. Non è un mistero che la Francia – sia con Sarkozy che con Macron – punti apertamente a metterci in un angolo e a sostituirci in varie nazioni nordafricane, dalla Libia all’Egitto. Il presidente Conte si è impegnato in prima persona a gestire il dossier e dovrà mostrare spiccate doti diplomatiche per destreggiarsi in questo labirinto.

Per Israele il discorso è in parte analogo. La nuova fiammata del conflitto tra il governo di Gerusalemme e Hamas, scatenata dalla pioggia di centinaia di razzi palestinesi sugli abitati ebraici, riapre una ferita mai sanata e rimette in moto la macchina diplomatica internazionale, anche perché Netanyahu ha annunciato che non mollerà la presa e che Hamas dovrà pagare cara la sua ultima offensiva. Con questa situazione dovremo fare i conti anche noi cercando di capire se potremo dare un contributo: innanzitutto servirà stimolare l’iniziativa dell’Unione europea per troppo tempo assente su uno scacchiere dove in realtà finora tutti hanno subito sconfitte. E’ l’intera area che potrebbe tornare a ribollire, e non è un caso che il dispiegamento in queste ore di forze navali americane nel Mediterraneo “per dare un segnale all’Iran” e “per difendere i paesi alleati”, cioè Israele.

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