Le nuove fragilità del lavoro italiano

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Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

Il fenomeno del lavoro povero costituisce una delle contraddizioni più profonde del nostro tempo, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove il lavoro dovrebbe essere fondamento di dignità personale e strumento di piena partecipazione alla vita sociale. Per lavoro povero si intende quella condizione in cui una persona, pur avendo un’occupazione, non riesce a garantirsi un’esistenza libera e decorosa. È dunque indispensabile collocare questa emergenza al centro del dibattito pubblico, non soltanto come questione economica, ma anche come tema etico e sociale. Questo non significa che le cose da sistemare non esistano nei contesti lavorativi, ma ci sono degli elementi che necessariamente occorre salvaguardare perché rappresentano un valore per le persone che lavorano.

Pur in presenza di 24milioni di occupati, in Italia il tasso di occupazione è inferiore alla media europea di circa 7 punti in percentuale equivalente a oltre 2,5milioni di posti di lavoro che comporta anche una maggiore esposizione al rischio dei redditi familiari. Inoltre, cresce il numero di lavoratori che vedono ridursi la capacità di tutelare sé stessi e le proprie famiglie dalle difficoltà economiche. Secondo le stime più recenti, oltre tre milioni di occupati vivono in condizioni di povertà lavorativa. Le criticità si concentrano in particolare nei servizi, nell’agricoltura e nella logistica, tra i giovani, le donne e nei lavori legati alle piattaforme digitali come nel caso dei rider.

Le rilevazioni condotte negli ultimi anni dagli organismi che operano a contatto con le situazioni di disagio mostrano un cambiamento significativo nel profilo di chi chiede un sostegno. In passato la maggioranza delle persone che si rivolgevano ai servizi di aiuto era composta da disoccupati in cerca di prima o nuova occupazione, oggi cresce in modo evidente la quota di chi un lavoro ce l’ha, ma non riesce comunque a far fronte alle spese essenziali.

Questo dato conferma una trasformazione profonda del fenomeno della povertà, l’occupazione non rappresenta più automaticamente una garanzia di stabilità economica e inclusione sociale.

Oltre a questo, vi è una persistente difficoltà delle imprese ad assumere gli oltre 500mila profili professionali coerenti con i fabbisogni della produzione, da un lato per gli squilibri territoriali tra la domanda e l’offerta di lavoro e dall’altro dall’obsolescenza generata dall’utilizzo delle nuove tecnologie, ma soprattutto dalla perdita delle competenze dei lavoratori in prossimità di pensionamento. La conseguenza è una perdita di competitività delle imprese, spesso frammentate e poco strutturate all’interno della filiera produttiva, e un indebolimento complessivo del sistema economico.

Per contrastare il lavoro povero e il lavoro nero occorre un insieme articolato di interventi. È necessario rafforzare e valorizzare la contrattazione collettiva, sia nazionale che aziendale e territoriale ampliandone l’efficacia e sostenendo la crescita dei salari medi netti, oggi inferiori rispetto a quelli di molti altri Paesi europei. Occorre intensificare i controlli contro l’irregolarità, promuovere la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, investire con decisione nella formazione continua e nella riqualificazione professionale. È altrettanto importante sviluppare forme di rappresentanza inclusive, capaci di tutelare anche chi opera ai margini del mercato del lavoro: giovani, lavoratori delle piattaforme digitali, occupati discontinui e precari. In assenza di prospettive solide e retribuzioni adeguate, molti lavoratori qualificati – soprattutto tra le nuove generazioni – scelgono di cercare opportunità all’estero (dal 2011 al 2023, 550mila persone hanno lasciato l’Italia), impoverendo ulteriormente il Paese.  Alla radice vi è un modello economico che troppo spesso sacrifica il valore del lavoro in nome della competitività di breve periodo. Occorre invece riaffermare che il lavoro è al servizio della persona e non viceversa. Solo rimettendo al centro un’occupazione dignitosa, stabile e giustamente retribuita si può costruire un’economia realmente orientata al bene comune. Contrastare il lavoro povero non è soltanto una priorità sociale ed economica, ma una responsabilità morale. Restituire dignità al lavoro significa restituire fiducia e futuro a milioni di persone, perché senza giustizia nel lavoro non può esserci né crescita autentica né coesione sociale.

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