GIOVEDÌ 21 LUGLIO 2016, 000:02, IN TERRIS

Le membra più deboli

AUTORE OSPITE
Le membra più deboli
Le membra più deboli
La terribile vicenda del disabile picchiato e filmato a Olbia mostra una società malata, non più in grado di riconoscere come parte del suo corpo le sue membra più deboli e fragili. Questo deve spingerci a fare un esame di coscienza perché come diceva don Oreste "quando lasciamo dietro di noi le nostre membra più sofferenti - come può essere un portatore di handicap - non possiamo più definirci un popolo, quanto piuttosto un'accozzaglia di gente in cui ognuno bada solo ai propri affari".

Riprendendo l'invito fatto dai vescovi nel 1981 occorre ripartire dagli ultimi, da chi fa più fatica. Questo può essere fatto solo attraverso un'integrazione reale che parta dalle scuole dell'infanzia, attraverso cui si garantisca anche ai disabili l'accesso agli studi, compresi quelli universitari e l'inserimento nel mondo del lavoro. Chiunque abbia handicap, fisici e mentali, non deve essere considerato diverso. E' importante sviluppare un concetto di noi, comunitario e collettivo.

Va anche superato il modello basato sui soli istituti di ricovero. Sin da quando don Oreste ha iniziato la sa attività al fianco degli ultimi la Comunità "Papa Giovanni XXIII" sostiene che il luogo ideale per far vivere e crescere le persone, a maggior ragione quelle meno fortunate, è la famiglia. Le nostre case ricalcano quel modello, dando un padre e una madre a chi, per vari motivi, non può più vivere con i propri genitori naturali.

I bambini e i giovani portatori di handicap devono poter vivere all'interno del proprio nucleo e lo Stato e le strutture sociali devono fare di tutto per garantire loro il diritto alla scuola e alla realizzazione personale. Le strutture terapeutiche riabilitative assicurano supporto relativamente alla diagnosi e alla cura, in determinate fasi, della malattia. Ma non possono sostituire la famiglia. Non solo, ma i disabili hanno essi stessi il diritto a formarsene una. Nel nostro cammino comunitario abbiamo persone con gravi handicap che si sono sposate e hanno avuto la possibilità di avere una vita affettiva e sessuale come tutti gli altri.
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