Le 5 criticità della Manovra

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Non si può nascondere che la maggioranza sia un po’ in affanno e che la corsa verso la redazione e l’approvazione della manovra economica per il 2020 sia in salita e con tempi strettissimi per evitare l’esercizio provvisorio. Proviamo un esercizio intellettuale richiudendo in cinque punti le criticità che, oggi, sorgono dal progetto della Legge di Bilancio.

Punto primo: troppe tasse

Come già anticipato è evidente il bisogno di fare cassa da parte di questa maggioranza che si è dimostrata incapace di spingere su crescita e efficientamento del comparto statale. Le nuove imposte porteranno la pressione fiscale a crescere di una decina di punti base e si ammanteranno di risvolti etici a giustificazione delle stesse che, però, potrebbero andare a costituire delle componenti negative di crescita rendendo la manovra potenzialmente recessiva. Si parte dalle nuove imposte sull’uso delle auto aziendali come benefit, magari pensando che queste siano appannaggio solo della dirigenza senza pensare a quanti dipendenti le abbiano in dotazione per svariati motivi, dalla compensazione per la sede di lavoro disagiata a ruoli commerciali e così via; su questi, nella prima bozza del capitolo di entrata, era a rischio un aggravio annuo di quasi 700 euro medi di imposta, poi ridotto nella nuova formulazione che, credibilmente, arriverà in aula. Si arriva, poi, alle famigerate plastic tax e sugar tax. Qui il vero problema è che queste imposte oltre a creare un certo squilibrio per alcune delle aziende più importanti in Italia, si pensi solo al comparto agroalimentare ad esempio, finiranno per essere scaricate sui consumatori finali tramite il principio di traslazione di imposta con un conseguente aggravio di costi e di tassazione sui consumi, anche se in maniera indiretta. Viene eliminato il regime di cedolare secca per le locazioni commerciali. Si permette un aumento della tassa di soggiorno fino a 10 euro al giorno per i turisti il che rappresenta una grande innovazione per un paese con una spiccata propensione al turismo ma che viene penalizzato non solo dagli scarsi investimenti nel settore ma anche dal fisco ma, evidentemente, questo non è un settore strategico nel mix produttivo per la crescita secondo il governo. In più si prevede un aumento del 3% dell’IRES per i concessionari pubblici e un’ulteriore modificazione al regime forfettario per le partite IVA.

Punto secondo: clausole di salvaguardia solo rimandate

Non essendo previsto alcuna vera riqualificazione della spesa pubblica, la cosiddetta spendig review che poco tempo fa era un termine piuttosto in auge, l’aumento dell’IVA non è scongiurato ma solo rimandato se l’Italia non riagguantasse la crescita e il deficit continuasse a crescere. Premesso che una clausola di salvaguardia dei conti pubblici debba esistere per evitare un possibile squilibrio nelle finanze dello stato è sicuramente un deterrente, a livello di aspettative da parte degli operatori, che questa sia prevista per mezzo di un aggravio fiscale automatico, tra l’altro sui consumi sui quali l’aliquota IVA applicata non è certamente contenuta.

Punto terzo: costo dell’energia

L’accesso a fonti energetiche il loro costo sono dei punti focali nelle politiche di crescita e sviluppo di un Paese; l’economia è energivora da sempre, l’accesso a fonti energetiche sicure, economiche e abbondanti sono alla base di ogni processo virtuoso di crescita e la situazione italiana è paradossale, sia dal lato della produzione sia da quello dei consumi finali. Nel primo caso si scontano decenni di politiche populiste, dal rifiuto al nucleare al costo delle energie rinnovabili spalmato in bolletta, alle varie proteste sull’impianto dei rigassificatori o sull’arrivo dei gasdotti o, ancora, sul rifiuto delle piattaforme di estrazione, regalando alcuni giacimenti allo sfruttamento da parte di stati limitrofi. Nel secondo caso si entra, soprattutto, sulla questione accise.

Punto quarto: agevolazioni insufficienti al rilancio dell’economia

Si parla da anni (fin dal governo Prodi bis) del taglio del cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo vero del lavoro e l’importo lordo in busta paga dei dipendenti e, finalmente, qualcosa si muove. Il calcolo medio del peso del cuneo, però, porta il costo del lavoro a carico azienda pari a circa il 47.8% del valore netto della busta paga percepita dal lavoratore, per intenderci su 1'000 euro incassate il costo vero del dipendente darebbe pari a circa 1'900 euro tra carichi fiscali lato dipendente e lato azienda. Peggio dell’Italia, tra i paesi OCSE, si collocano solo Belgio, Germania, Ungheria e Francia (fonte: rapporto Taxing Wages di OCSE). Il taglio di questi oneri, ribaltandoli in busta paga, permetterebbe un aumento dei salari e del potere d’acquisto immediato senza rischi inflazionistici, per intenderci, ed è per questo che la retorica politica, da anni, parla di un ipotetico taglio per ridare slancio all’economia. Il vantaggio previsto dalla manovra è di 95 euro per lavoratore, che va a riassorbire il cosiddetto “bonus Renzi” che, pur valendo più di 1'200 euro all’anno (calcolato sulle 13 mensilità medie) non sembra essere così importante da poter migliorare le aspettative sul futuro e rilanciare i consumi. Stessa cosa si può dire per i “bonus famiglia” che, al di là delle buone intenzioni, non pare possano avere un impatto strutturale sulle abitudini di consumo e risparmio delle persone fisiche, sempre in relazione alla questione fiscale che incombe su tutto.

Punto quinto: lotta al contante e all’evasione

Ultimamente si è nuovamente accentuata la retorica sull’evasione fiscale che non è sicuramente la vera emergenza italiana con le entrate fiscali in continua crescita negli ultimi 20 anni e con un valore stimato che si colloca perfettamente nella media europea. In pratica si può dire che il leviatano, se mi si permette di citare Hobbes, abbia fame e questa sia fame di nuove coperture di spesa e che si continui a sbandierare lo spauracchio dell’evasione per non fare nulla dal lato dell’efficientamento della spesa pubblica tramite il contenimento della spesa corrente e l’ampliamento degli investimenti (che sono fondamentali per creare l’humus necessario alla crescita). Di qui a un ritorno alla retorica della lotta al contante il passo è brevissimo. Limitare il contante non serve a nulla. I traffici illeciti, oggi, avvengono tramite canali ben più raffinati rispetto alle valigette imbottite di banconote, tipiche dei film sui gangster.

Ci sono luci e ombre nella manovra, quindi?

La Legge di Bilancio e Stabilità non sembra frutto di un progetto serio di riforma e di rilancio del Paese, quanto un provvedimento di compromesso tra forze che non paiono compatibili nella visione stessa di quello che dovrebbe diventare l’Italia. La partita sulla manovra, inoltre, non è ancora chiusa poiché ancora manca il passaggio in aula che, salvo richiesta del voto di fiducia (cosa anche scontata visti i tempi strettissimi per l’approvazione, scongiurando così il possibile esercizio provvisorio), potrebbe apportare delle modifiche a quanto fin oggi ipotizzato ma, probabilmente, questo potrebbe rappresentare il canto del cigno della maggioranza PD-M5S anche se solo i prossimi mesi potranno confermare o smentire questa previsione.

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