Lavori in corso per assicurare la parità retributiva

Il 18 settembre si celebrerà la Giornata internazionale per la parità retributiva promossa dalle Nazioni Unite. Ma c’è ancora bisogno di promuovere questo obiettivo, dopo decenni di dichiarazioni, leggi, contratti sindacali che proclamavano la parità di remunerazione tra uomo e donna? Purtroppo sì, e si badi, si parla di paga oraria per uno stesso lavoro, per evitare di inglobare nella discussione sulla disparità retributiva quella che è una realtà ben nota: le donne hanno orari di lavoro spesso inferiori agli uomini e un più esteso uso del part-time; le donne erogano meno ore di straordinario rispetto agli uomini; le donne lavorano spesso in settori dove le paghe sono inferiori anche per gli uomini (si pensi alle domestiche, ai settori abbigliamento-tessile, alle infermiere, solo per fare qualche esempio); le donne fanno meno carriera degli uomini, e dunque ottengono avanzamenti più lenti. Tutto questo rende la remunerazione media delle donne assai inferiore alla media di quelle degli uomini.

Le ragioni di questa disparità strutturale sono dovute al fatto che le donne lavorano meno per il carico familiare che ancora è poggiato sulle loro spalle e impedisce loro di avere una carriera lavorativa paragonabile a quella degli uomini, anche per i retaggi storici relativi all’organizzazione del lavoro, che non armonizza tempi di vita e tempi di lavoro. Le analisi che di questa disparità strutturale viene fatta indicano che essa sta alla base della denatalità, che rappresenta in larga misura ad un tempo la reazione femminile alla difficoltà di gestire insieme famiglia e lavoro e il rifiuto maschile di assumersi maggiori carichi familiari, magari rinunciando a qualche miglioramento lavorativo. Il tema della armonizzazione dei tempi di vita e di lavoro resta una delle emergenze principali delle nostre società, ampiamente sottovalutata.

Dunque, ciò che con questa giornata si vuole promuovere è che almeno le remunerazioni orarie per il medesimo lavoro risultino allineate, cosa che purtroppo non avviene. Una recente stima del giugno 2026 identificava questa differenza nelle aziende private pari al 17,4% in Italia, 17,9% in Germania, 16,9% in Francia, un po’ meno altrove. Un vero scandalo. L’Unione Europea, da tempo impegnata a costruire il suo “Pilone sociale”, anche per contrastare i gravi problemi del mondo di oggi, ha emanato nel 2023 la direttiva 970, che è stata recepita in Italia con il decreto 96 del 27 maggio 2026, entrato in vigore il 7 giugno 2026. Questa direttiva impone la trasparenza nei livelli retributivi delle imprese, in modo che i lavoratori possano comparare la propria retribuzione con quella degli altri lavoratori di pari livello. Si tratta di una vera e propria “rivoluzione”, che fa giustizia dei “segreti” che le imprese erano abituate a tenere sui salari/stipendi da loro erogati.

La direttiva 96 è complessa e in Italia, per semplificarne gli oneri a carico delle aziende, si è deciso di far valer il principio che quando un’azienda applica i contratti nazionali del settore stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, si può considerare in regola, anche se comunque il lavoratore ha il diritto di richiedere documentazione sulla propria retribuzione e su quella di colleghi di pari lavoro. Esistono sanzioni per chi non si adegua e l’imposizione di adire a controlli sindacali se i divari emersi risultano superiori al 5%. Chissà che questa nuova mossa della UE serva ad eliminare almeno i divari retributivi fra uomini e donne più odiosi, ossia quelli legati a prassi volutamente discriminatorie. E’ triste constatare quanto la giustizia sia assente persino negli obblighi più basici!

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