L'antisemitismo che soffia in Europa

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:02

Certo, il dolore, la commozione, la solidarietà. Ma pure la rabbia e l’incredulità. Tutto lecito, legittimo per i drammatici fatti avvenuti in Germania, dove sangue innocente è tornato a scorrere per le strade. Ma per l’attacco alla comunità ebraica c’è anche lo stupore fra le tante reazioni. Ma è proprio quest’ultimo sostantivo che ci stupisce. Incredulità per cosa? Per quello che non vogliamo vedere e sentire sicuramente. Perché in una parte dell’Europa, Francia, Germania Paesi bassi e alcune aree dei Paesi dell’Est in particolare, alcuni campanelli d’allarme sono già suonati da tempo. Il tarlo dell’antisemitismo, un tarlo drammatico e nocivo, ha ripreso a scavare gallerie, cercando di colpire le coscienze e le persone. Ma in troppi fanno finta di non vedere.

Per rendersene conto non importa viaggiare in lungo e in largo per il Vecchio continente, basta frequentante la rete, facendone, almeno per una volta, un uso intelligente. Riportiamo in ordine sparso. In una sfilata per il carnevale di Aalst lo scorso marzo, i partecipanti hanno ballato sulle note di una canzone che esaltava l’avidità ebraica mentre erano in piedi su un carro con le fattezze di un ebreo ortodosso con un ratto sulla spalla che tiene i soldi. In agosto, un articolo di fondo sul De Morgen – un importante giornale belga – ha definito gli ebrei in Israele ladri di terre con un complesso di superiorità religiosa e “brutti nasi”. All’inizio di settembre, un politico locale ha inaugurato un dipinto da lui realizzato con una svastica e le parole “E Dio ha creato A. Hitler” in una prestigiosa galleria d’arte di Bruxelles. Tali “incidenti”, in realtà, sono un concatenarsi di fatti e eventi sintomatici di come il fenomeno dell’odio contro gli ebrei sia tornato a soffiare sull’Europa, non sono inusuali nell’area occidentale, dove le manifestazioni pubbliche di antisemitismo stanno tornando prepotentemente. L’Italia, rispetto al quadro appena descritto, ha anticorpi ben sviluppati e una memoria storica dei fatti ancora viva.

La lezione morale tiene salda la società civile e non permette ai nuovi arrivati, con connotazioni antisemite, di trovare varchi dai quali far entrare il virus dell’odio. Ma comunque dobbiamo tenere alta la guardia. A tutti i livelli. In Belgio, per esempio, la posizione lassista di alcuni partiti sta creando un serio problema alle istituzioni, fortemente preoccupate dal fatto che l’antisemitismo stia raggiungendo un livello di diffusa accettazione. L’Europa non può e non deve tollerare tutto questo. Joel Rubinfeld, ex copresidente del Parlamento ebraico europeo e attuale presidente della Lega belga contro l’antisemitismo, ha affermato: “Di recente si sono verificati una serie di incidenti legati all’antisemitismo che alcune figure pubbliche, opinionisti e artisti hanno difeso. Ciò è piuttosto insolito. Si tratta di uno sviluppo alquanto preoccupante di quanto sta avvenendo in Belgio”.

Il Belgio come paradigma del rischio europeo, Francia e Germania il campo dove i razzisti compiono i loro attentati. I due Paesi, con il loro rapporto complesso con l’immigrazione, rappresentano il terreno dove tutti i razzismi rischiano di esplodere. Ragione, questa, per la quale tutti i partner europei, a partite dal nostro Paese, devono lavorare a fianco di Parigi e Berlino, e non in parallelo. Anche a costo di scelte impopolari. Colui che ha sparato e ucciso in Germania, stando agli elementi emersi, non era un cane sciolto, ma l’ingranaggio di un meccanismo più complesso e articolato con ramificazioni in Austria. E questo deve far riflettere. Perché a forza di guardare fuori dalla finestra finiamo per non accorgersi del nemico che abbiamo in casa. Dentro le mura domestiche.

In mezzo a tutto questo, ovviamente, non può non pesare il quadro geopolitico che si va delineando in queste ore. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha condannato, a Berlino, l'offensiva turca in Siria “nei termini più forti possibili”. Il capo della diplomazia tedesca ha sottolineato i rischi di “un'ulteriore destabilizzazione della regione” e di una “ripresa dello Stato Islamico.” Secondo Maas, l'offensiva militare di Ankara potrebbe causare una nuova catastrofe umanitaria, provocando un'altra ondata di profughi. “Chiediamo alla Turchia di cessare la sua offensiva e perseguire i suoi interessi di sicurezza in maniera pacifica”, ha dichiarato il ministro. I fatti di sangue e le azioni militari non sono in stretta connessione fra loro, ma le dinamiche politiche si. E non possiamo far finta di nulla. Sarebbe un altro grave errore.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: [email protected]
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.