L’acqua vale più del petrolio: la nuova sfida geopolitica

Foto di Jacek Dylag su Unsplash

L’acqua è forse l’elemento più importante per la vita (non è un caso se le missioni spaziali, per cercare di capire se è possibile la vita in un pianeta, cercano acqua e allo stato liquido). Oggi, nella maggior parte dei paesi occidentali basta aprire il rubinetto di casa per avere accesso a quantità considerevoli di acqua dolce. Un gesto così semplice da apparire scontato. Ma nella maggior parte dei paesi del mondo la realtà è completamente diversa. Circa quattro miliardi di persone – quasi la metà della popolazione globale – vivono in condizioni di grave scarsità idrica per almeno un mese all’anno, senza accesso ad acqua sufficiente per soddisfare tutti i propri bisogni. Secondo i dati dell’OMS, ogni giorno, sono oltre 1.000 i bambini al di sotto dei 5 anni che muoiono a causa di malattie legate ad acqua e servizi igienici inadeguati.

Una situazione per la quale nessuno ha trovato soluzioni concrete. Del resto non è facile: sulla Terra, la quantità totale di acqua dolce non aumenta, anzi semmai diminuisce (a causa dei cambiamenti climatici in atto). L’acqua dolce rappresenta circa il 2,5 per cento dell’acqua presente sul pianeta, ma per gran parte è intrappolata nei ghiacciai o nelle calotte polari. Quindi quella effettivamente disponibile per uso antropico – nei fiumi, nei laghi e nelle falde sotterranee – è solo una piccola parte del totale. A questo si aggiunge che, anno dopo anno, la popolazione, i consumi pro capite e le tensioni geopolitiche aumentano. La maggior di questa risorsa è destinata all’agricoltura: da sola è responsabile di oltre il 70 per cento dei consumi dell’acqua dolce prelevata (e pensare che una parte considerevole del cibo prodotto viene buttato!). Interessante anche il dato sulla disponibilità di acqua “rinnovabile” per persona: negli ultimi dieci anni è diminuita del 7 per cento, segno che la pressione sulle risorse idriche generali sta rapidamente aumentando. In alcuni paesi, la disponibilità di acqua rinnovabile scende sotto i 500 metri cubi per persona all’anno, soglia considerata di “scarsità assoluta”.

Tutto questo non fa che confermare che è necessario un cambiamento radicale del modo di gestire la parte di acqua realmente utilizzabile. Per questo l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha deciso di dedicare il 22 marzo alla Giornata Mondiale dell’Acqua. Una giornata da dedicare all’analisi dei problemi legati all’acqua. Come la sua distribuzione territoriale. Nonostante i ripetuti sforzi in tal senso, ad oggi non esistono accordi e convenzioni condivise a livello globale sulla gestione delle riserve di acqua dolce condivise. Pur essendo considerata una risorsa inalienabile, qualche anno fa l’AD di una grande multinazionale propose di metterla in vendita (salvo un quantitativo minimo per persona). Molte regioni del mondo dipendono da bacini condivisi tra diversi Stati e la competizione per le risorse idriche spesso è causa di tensioni. Tra le aree con il più alto livello di stress idrico al mondo il Nord Africa e il Medio Oriente. Molti paesi mediorientali, ricchi di petrolio e gas naturale, soffrono per la scarsità di acqua dolce.

Si tratta di problemi noti da decenni. All’inizio degli anni Ottanta, i servizi segreti statunitensi, in un rapporto riservato, affermarono che “i governi di alcuni paesi dell’area sanno bene che l’acqua è più importante del petrolio per il benessere nazionale“. Nel 2010, un nuovo rapporto della CIA parlava di oltre il 90 per cento dell’acqua desalinizzata nel Golfo legata a poche decine di impianti, ciascuno dei quali “estremamente vulnerabile a sabotaggi o azioni militari”. Oggi molti Stati mediorientali sopravvivono solo grazie a costosi impianti di desalinizzazione: nella regione se ne contano centianaia. Un esempio per tutti: il 90 per cento dell’acqua potabile che arriva nella capitale saudita Riyadh proviene dall’impianto di Jubail, sul Golfo Persico. In Iran la situazione è ancora peggiore. All’inizio di novembre, Juan Cole, capo della compagnia idrica regionale, ha criticato il governo per la sua inattività affermando che i cinque principali bacini di approvvigionamento idrico di Teheran, capitale che conta circa dieci milioni di abitanti, erano pieni solo all’11 per cento. “Se non piove a Teheran entro dicembre dovremmo razionare l’acqua; se non piove ancora, dobbiamo svuotare Teheran” aveva affermato il presidente Masoud Pezeshkian, a novembre. Secondo gli analisti, “l’acqua potrebbe diventare un fattore geopolitico in grado di decidere lo scontro tra gli Stati Uniti e l’Iran” (parte delle sommosse popolari sorte nelle settimane che hanno preceduto l’attacco di USA e Israele erano legate alla mancanza di acqua non a motivi politici o religiosi). La situazione è analoga in molti altri paesi dell’area, come Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Kuwait.  In una delle regioni più aride e calde (anche dal punto di vista geopolitico) del pianeta, l’acqua è un obiettivo strategico forse ancora più importante del petrolio. La stessa CIA dice che, in quest’area, il petrolio è essenziale, ma l’acqua è insostituibile.

A livello globale lo scenario generale è preoccupante (ne parlammo già nel 2016 in Guerra all’acqua, ed. Rosenberg&Sellier). Un’analisi recente ha confermato che almeno metà delle cento città più popolose del pianeta si trovano in aree di forte stress idrico. Il mondo sta consumando così tanta acqua dolce che sta vivendo un’era di bancarotta idrica, con molte regioni che non sono più in grado di riprendersi dalle frequenti carenze d’acqua.

L’acqua dovrebbe essere al centro dell’attenzione dei governi, ma della sua gestione non si parla mai. Eppure la crisi idrica globale riguarda tutti, anche se spesso in modo diverso: non tutte le persone godono del diritto (naturale e universale) ad avere acqua potabile sicura e a servizi igienico-sanitari, le disuguaglianze aumentano e sono i gruppi sociali più deboli a pagarne il prezzo più alto.

Il tema dedicato alla Giornata dell’Acqua 2026 è Water and Gender. La campagna 2026 è guidata da UNICEF e UN Women (in due famiglie su tre, le donne sono le principali responsabili della raccolta dell’acqua WHO/UNICEF, 2023), che coordinano un Gruppo di Lavoro dedicato composto da oltre 30 membri e partner di UN-Water.

La gestione dell’acqua dolce è la grande sfida del XXI secolo. Ma la vera sfida non sarà trovare più acqua, bensì imparare a gestire meglio quella disponibile, evitando sprechi, speculazioni e disuguaglianze.

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