L’accoglienza è il cuore della fede

Foto Vatican News

Le parole pronunciate da Leone XIV nel centro per migranti di Parigi consegnano una visione che va ben oltre il tema dell’accoglienza. Parlano, in realtà, del modello di società che intendiamo costruire. In un tempo nel quale prevalgono spesso la paura, la chiusura e la difesa dei propri spazi, il Papa propone una logica rovesciata: la storia non è scritta da chi occupa lo spazio, ma da chi sa “fare spazio”. È forse questa una delle immagini più potenti del suo discorso.

Fare spazio significa riconoscere che l’altro non è un intruso, ma una persona portatrice di dignità, esperienza, capacità e futuro. Significa passare dalla semplice assistenza all’incontro. Accogliere, ascoltare, formare, accompagnare e integrare non sono allora gesti marginali affidati alla buona volontà di qualcuno, ma scelte che riguardano la qualità della convivenza civile. Il Papa parla infatti di «decisioni e investimenti controcorrente». La solidarietà possiede una rilevanza pubblica. Non è soltanto virtù privata, ma costruzione politica della società.

Particolarmente significativo è il richiamo alle donne, riconosciute come protagoniste di una «civiltà dell’amore» capace di contrastare quella cultura della frammentazione che rende le nostre società sempre più sole. La solitudine è forse una delle povertà più profonde del nostro tempo. Si può vivere in città ricche, tecnologicamente avanzate, economicamente sviluppate e tuttavia sperimentare una drammatica incapacità di relazione. Per questo l’incontro diventa una forma concreta di umanizzazione.

Vi è poi un passaggio che interpella direttamente la coscienza cristiana. I poveri, dice il Papa, non costituiscono una categoria sociologica. Sono «la carne di Cristo». È una affermazione esigente, perché impedisce alla Chiesa di osservare le periferie dall’esterno. Se Cristo continua a bussare alla nostra porta nel volto di chi è escluso, migrante, povero o reso invisibile, l’accoglienza non è un settore della pastorale. Appartiene al cuore stesso della fede.

Ma il Papa compie anche un passo ulteriore. Nell’incontro nessuno è soltanto destinatario e nessuno è soltanto benefattore. «Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere». Qui viene superata definitivamente ogni concezione paternalistica della solidarietà. L’altro non è semplicemente qualcuno da aiutare, ma qualcuno dal quale posso ricevere. È soggetto della propria storia.

Forse è proprio questo il messaggio più importante rivolto oggi alle nostre società europee. Davanti alle migrazioni possiamo continuare a costruire muri materiali e culturali, oppure riconoscere nell’incontro una possibilità di futuro. Il Vangelo, fin dalle origini, ha attraversato popoli, culture e condizioni sociali differenti. Anche in Francia ci ricorda che l’umanità cresce quando impara a custodire la dignità di ogni persona.

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