Da troppo tempo l’Italia affronta sfide straordinarie con un’ambizione ordinaria. È questo il vero nodo. Mentre il mondo cambia velocità, noi continuiamo a discutere di come distribuire ricchezza anziché di come produrne di nuova. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I salari arrancano. La Banca d’Italia ricorda che, nonostante i recenti rinnovi contrattuali, le retribuzioni reali non hanno ancora recuperato quanto l’inflazione ha sottratto. L’OCSE ribadisce da anni che il nostro è uno dei pochi Paesi avanzati dove i salari sono rimasti sostanzialmente fermi nel lungo periodo. Non è un destino. È la conseguenza di una produttività debole e di scelte politiche sbagliate.
Pandemia e guerre hanno soltanto accelerato ciò che già covava: rotte commerciali interrotte, energia alle stelle, materie prime e semiconduttori trasformati in strumenti di potere, inflazione che divora stipendi e risparmi. Contemporaneamente le grandi potenze si contendono risorse strategiche e usano il peso economico e militare per condizionare alleati e concorrenti. Chi non possiede autonomia energetica, tecnologica e finanziaria è destinato a subire.
Eppure, davanti a questo scenario, troppe parti sociali continuano a chiedere bonus e sussidi invece di pretendere riforme. Hanno contrastato troppo poco il declino della scuola, dell’università e della formazione tecnica; hanno sottovalutato il ritardo energetico, fino ad avallare scelte che ci hanno privato anche dell’opzione nucleare; hanno tollerato, quando non sostenuto, gigantesche stagioni di spesa improduttiva, dissipando risorse che avrebbero dovuto rafforzare infrastrutture, innovazione e ricerca.
Ancora più grave è stata la compiacenza verso il populismo, che continua a contagiare destra e sinistra. La vera politica del lavoro non consiste nel rincorrere l’emergenza, ma nel costruire le condizioni della crescita. Significa energia sicura e competitiva, capitale umano di eccellenza, ricerca, industria avanzata, conti pubblici responsabili e un fisco meno oppressivo per chi produce.
L’Italia possiede risorse straordinarie: manifattura, cultura, paesaggio, creatività. Ma da sola non basta. Serve uno slancio nazionale che trovi compimento in un’Europa finalmente federale, capace di condividere difesa, politica industriale, approvvigionamenti energetici e innovazione. Solo un’Europa forte potrà essere una potenza credibile e il pilastro più affidabile dell’alleanza dell’Occidente democratico. È questa la battaglia decisiva per il lavoro, per i salari e per il futuro degli italiani.

