VENERDÌ 15 SETTEMBRE 2017, 000:02, IN TERRIS

La vera eredità della crisi

GERARDO VILLANACCI
La vera eredità della crisi
La vera eredità della crisi
Dopo lunghi anni di crisi è opportuno chiedersi se tale può essere considerato un fenomeno che per sua natura dovrebbe essere transeunte ovvero se non sia il tempo di acquisire consapevolezza che l’avvio della stessa è avvenuto nel 2001, cioè molti anni prima di quanto comunemente ritenuto, e che negli anni ha subito varie mutazioni genetiche che hanno reso inefficaci gli strumenti approntati per combatterla in quanto già superati al momento della loro applicazione.

La fase attuale partita è nel 2007, anche se convenzionalmente datata settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers, ha travolto le economie dell’Occidente per effetto della interconnessione tra mercati ed intermediari, ed è stata senza dubbio causata o quanto meno aggravata dalle modalità disinvolte con le quali il sistema finanziario, privo di controlli, ha implementato la bolla speculativa. Motivi in larga parte analoghi a quelli che hanno determinato la grande crisi del 1929 la cui comparizione con quella odierna, se svolta al netto delle caratterizzazioni irripetibili della prima, potrebbero consentirci di individuare ragioni più profonde di quelle sin qui delineate e quindi di attuare finalmente interventi strutturali risolutivi. La grande depressione del ’29 in realtà è solo la coda delle perturbazioni economiche e finanziarie degli anni Venti.

Molti osservatori la distinguono da quella del 2001 non in ragione delle causa che le avrebbero generate, ritenute pressoché analoghe, bensì per la rapida conclusione di quest’ultima determinata da una attenta politica monetaria che è riuscita a contenere i catastrofici esiti ai quali diversamente si sarebbe giunti. Oggi si può dire che le problematiche della crisi del 2001 più che risolte sono state arginate e che questa è una sorta di prova generale di quella che si è scatenata nel 2007. Anzi a ben vedere proprio la sottovalutazione della crisi del 2001 ha aggravato quella successiva.

Certo, la diversa collocazione temporale, economica e sociale delle due crisi (1929/2001-2007) e la ridotta incidenza del fenomeno della globalizzazione in quella del secolo scorso, non consentono una piena equiparazione tra le stesse ad eccezione del fattore più importante: la crescita della diseguaglianza che, come i dati statistici dimostrano, è divenuta particolarmente rilevante a partire dai primi anni del nuovo secolo tanto da superare l’apice raggiunto negli anni a ridosso del 1929. Il superamento della grande depressione del 1929 è avvenuto principalmente con la riduzione della disuguaglianza mentre oggi, sopratutto con l’attuazione delle politiche di austerità, questa tende ad aumentare accentuando ulteriormente il profilo della crisi, lasciando insoluta la problematica della disoccupazione e aggravando le insolvenze delle imprese pubbliche e private. E’ sempre più evidente il divario tra la produttività in crescita e una ridotta capacità di consumo dei lavoratori che, contrariamente al passato, non è più possibile oggi compensare con valori finanziari speculativi e indebitamento privato.

La stretta correlazione tra la disuguaglianza e la crisi, in particolare dei mercati finanziari, è meritevole di interventi inderogabili che sarebbe del tutto improprio qualificare di matrice keynesiana, oppure acriticamente ascriverli alla responsabilità del ritenuto profilo liberista del Trattato dell’Unione, essendo gli stessi invocati trasversalmente. Il contenimento delle disuguaglianze deve essere conseguito, in primo luogo, nel riequilibrio tra i Paesi dell’Ue, data la ormai piena consapevolezza che quelli in prevalente avanzo più che contribuire allo sviluppo dei più deboli sono al loro traino e ne determinano l’aumento dell’esposizione debitoria.

L’inefficienza dei mercati finanziari ha reso la piena mobilità dei capitali nell’area euro, anziché un vantaggio, un grave elemento di squilibrio nei rapporti credito-debito tra i paesi e alimentato il rischio di deflazione. Se a ciò si aggiunge l’ormai insostenibile peso della pressione fiscale, la riduzione dell’incidenza sulla crescita da parte delle imprese, la fragilità delle banche ed il sempre più difficile rimborso dei debiti privati e pubblici, la disuguaglianza con molta probabilità non subirà alcuna diminuzione. Il risultato, in difetto di rapidi interventi, non potrà che essere una inesorabile fuoriuscita di altri Paesi, dopo quelli del Regno Unito, dall’Unione Europea.
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