La sete del pianeta non dipende solo dal caldo: cosa dicono i numeri

Immagine creata con ChatGtp

Come ogni anno, con l’arrivo della stagione estiva, si torna a parlare di caldo eccessivo, di aumento delle temperature e di emergenze climatiche. “Emergenze” che, a dire il vero, non dovrebbero essere chiamate così: una emergenza è un evento raro, non una costante. Come ogni anno c’è chi polemizza sulla attendibilità dei dati e sulle cause di questi cambiamenti. Quali sono gli effetti reali? E poi: sono effettivamente causa dell’uomo o sono eventi naturali ai quali non possiamo fare altro che adattarci?

Per trovare una risposta ad alcune di queste domande (e chiudere sul nascere le polemiche sterili generate dalle affermazioni di alcuni politici ai quali ha risposto addirittura il premio Nobel per la Fisica), basta guardare i “numeri”. A cominciare da quelli relativi alla disponibilità (o meno) di acqua dolce e ai consumi idrici, in Italia e nel mondo. Da questi dati emergono numerosi spunti di riflessione. Sui cambiamenti climatici, sulla cattiva gestione delle infrastrutture e sui consumi di questa importante risorsa che, in barba all’“emergenza” in atto, continua a mostrare segnali di criticità. Cercheremo di analizzare alcuni aspetti importanti. A cominciare dalla definizione di siccità. Con questo termine, i ricercatori si riferiscono a fenomeni che presentano una evoluzione “graduale” e “non definitiva”. Fenomeni generati da lunghi periodi di scarse precipitazioni e tali da produrre squilibri idrogeologici. Esistono diverse tipologie di siccità: siccità meteorologica, agricola, idrologica e socioeconomica e ambientale. Nel prosieguo cercheremo di analizzare alcuni di questi aspetti di comprendere le conseguenze, tenendo conto del rapporto di interrelazione che le lega.

I cambiamenti climatici in atto hanno contribuito a rendere gli eventi siccitosi sempre più frequenti. In Italia, si registrano inverni sempre più secchi con scarse precipitazioni nevose sulle Alpi (fondamentali per rifornire i bacini idrici). L’altra faccia della medaglia sono i consumi (o, come vedremo successivamente, gli sprechi) di acqua dolce che spesso portano a condizioni di stress idrico (la situazione che si verifica quando la domanda di risorse idriche supera la disponibilità degli ecosistemi naturali). A questo si aggiunge una gestione sconsiderata delle risorse, infrastrutture idriche vecchie e gestite male e una urbanizzazione e un aumento della cementificazione che riducono la capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua.

Negli anni scorsi, la FAO ha puntato il dito contro l’agricoltura intensiva definendola la principale responsabile del consumo di acqua dolce. È vero che questo settore fa registrare i maggiori consumi di acqua dolce ma è altrettanto vero che serve una quantità di cibo sempre maggiore per sfamare una popolazione sempre più numerosa. Il punto è che i metodi di coltivazione intensivi producono danni ambientali che rendono i terreni sterili, nel giro di pochi anni. Questo ha conseguenze economiche e geopolitiche a livello globale.

Negli ultimi anni, c’è chi ha accusato di consumi idrici eccessivi altri settori. Ad esempio, quello delle telecomunicazioni e dell’informatica responsabili di utilizzare e consumare – le due cose non sempre coincidono – enormi quantità di acqua (si pensi alla necessità di raffreddare i grandi calcolatori per la gestione dell’IA). Quale che sia la causa, la realtà è che, secondo recenti studi, in Italia, la cattiva gestione delle risorse idriche causerebbe perdite superiori ai 13 miliardi di euro annui, 227 euro pro capite. Una spesa che è quasi il doppio della media europea (come vedremo meglio in seguito). Eppure, si fa poco per cambiare questa situazione. Ogni giorno, si continuano a sprecate enormi quantità di acqua dolce, sia direttamente che indirettamente (ad esempio, sprecando enormi quantità di cibo che per essere prodotto ha richiesto grandi quantità di questa preziosa risorsa).

Nonostante gli appelli sempre più frequenti degli esperti (anche noi ne parliamo da oltre un decennio) le misure adottate sono a dir poco blande, sia a livello nazionale che internazionale. Anche gli inviti dei vari organi delle Nazioni Unite (dalla FAO all’UNESCO, dall’UNHCR all’UNEP, dall’UNDRR ) spesso restano inascoltati. Al massimo ci si limita a lagnarsi delle ondate di caldo eccessivo. Si parla di fiumi un tempo importanti per l’economia di un territorio e oggi sono quasi in secca, già nel mese di giugno. O dello zero termico che si “alza” sempre di più. Nessuno si prende la briga di spiegare cosa significa, ad esempio, avere lo zero termico a 4.500 metri s.l.m..

Le conseguenze di questi cambiamenti vanno ben al di là della superficialità di chi dice che basterà abituarsi. Temperature elevate e minore disponibilità di acqua dolce aumentano il rischio di desertificazione di vaste aree (anche in Italia e i dati ISRPA lo confermano). Milioni di persone saranno costrette a spostarsi da territori dove non è più possibile vivere. Eventi climatici estremi sempre più frequenti e violenti che, come conferma l’UNDRR, gli Stati non sono pronti a gestire. Ma non basta. Sempre secondo i tecnici dell’UNDRR, “eventi climatici estremi nei principali paesi esportatori di cibo potrebbero aumentare significativamente il rischio di disastri per le nazioni dipendenti dalle importazioni”. Per i partner commerciali, questi eventi potrebbero trasformarsi in “esposizione importata” agli eventi estremi. Molti paesi saranno costretti ad affrontare “rischi climatici transfrontalieri”. All’interno dei confini nazionali, emerge anche un altro aspetto: i ricchi sono in grado di far fronte alle conseguenze dei fenomeni siccitosi più efficacemente di quanto non possano fare i poveri. Questo farà aumentare il gap che esiste tra questi gruppi sociali. Notevoli, ad esempio, le conseguenze per la salute: ogni anno, i medici registrano un considerevole aumento dei decessi riconducibili al caldo estremo e alla carenza di risorse idriche ma anche alla difficoltà delle persone di far fronte a questi cambiamenti. Tutti aspetti si parla poco. E che, invece, sarebbe bene approfondire prima che sia troppo tardi.

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